Web, Google Plus e passaporti digitali: intervista a Claudio Gagliardini

Web, Google Plus e passaporti digitali: intervista a Claudio Gagliardini
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Ci sono persone che le conosci da sempre. O che ti sembra di conoscere da sempre perché sono una presenza costante del web. Ma non da oggi o da ieri: da quando hai iniziato a lavorare sul web hanno sempre arricchito l’universo social con tanta qualità.

Queste persone le ammiri, le segui con costanza e attenzione certosina. Poi arriva il momento di intervistare queste persone. Perché possono dare un contributo importante al tuo progetto, possono dare quell’idea in più che stavi cercando. possono darti – ecco, questo è importante – ispirazione.

E in una rubrica chiamata “eccellenze digitali”, una rubrica che ha già intervistato personaggi come Riccardo Scandellari, Rudy Bandiera e Salvatore Russo, non poteva mancare Claudio Gagliardini.

Ciao, di cosa ti occupi?
Mi chiamo Claudio Gagliardini e mi occupo di marketing e di comunicazione in rete, con particolare riferimento ai nuovi media e ai canali sociali. Faccio consulenza e formazione, prima ancora che offrire servizi e prodotti attraverso la mia azienda.

Come hai iniziato?
A partire dagli anni ’90 ho lavorato in ambito turistico-ricettivo, in cui ho compreso le potenzialità del web e quale portata avrebbe avuto questa innovazione.

Dalla metà della prima decade dei primi anni duemila, ho deciso di farne una professione scendendo dai monti del Piemonte, dove lavoravo da qualche anno, e trasferendomi a Milano prima e poi a Cremona, dove oggi opero prevalentemente.

Meglio freelance o lavorare in team?
Dipende dalla propria inclinazione e dal proprio talento. Si può essere “sprecati” tanto in squadra che come individui se si è al posto sbagliato o nel momento sbagliato. Da freelance è più difficile crescere se non si dedicano molte ore alla formazione e al networking.

In team si impara di più, ma spesso si finisce per essere solamente degli ingranaggi, circostanza che annulla questo vantaggio in favore di un lavoro più fluido e più efficace. Che però va a discapito del singolo in favore della squadra.

Meglio essere sempre “accesi”, dunque, svegli e in grado di capire di volta in volta se sia il momento di fare il gregario e tirare la volata al campione o uscire da soli in fuga. Alla fine ho optato per un’azienda, la mia, che ragiona un po’ da freelance.

Come inizia la tua giornata?
In ufficio verso le otto, a scrivere un post per il blog dell’azienda o per quello personale e per dare un’occhiata in giro e capire che aria tira sui social. Poi tutto il resto, ogni giorno diverso.

Sei uno dei principali ambasciatori di G+: qual è il valore aggiunto di questa piattaforma?
G+ non è uno dei troppi social network presenti sul web, l’ennesimo di cui non si sentiva la necessità, come pensa qualcuno. G+ è, invece, il “social layer” di Google, la piattaforma sociale su cui il più grande motore di ricerca del mondo sta investendo per ottenere informazioni a carattere quotidiano dagli utenti della rete.

Io lo considero una sorta di “passaporto digitale” per gli utenti e per le aziende, che possono interagire tra loro in tempo reale e gestire in autonomia la propria identità, senza dover dipendere dagli algoritmi e dalle bizze del motore di ricerca.

Avere un profilo (utente) o una pagina (azienda, associazione, organizzazione, negozio) su G+ significa dunque curare al meglio il proprio brand, la propria visibilità e la propria presenza in rete, oltre che poter creare applicazioni che sfruttano le API di Google per utilizzare i dati inseriti dagli utenti e attivare nuovi servizi e nuove opportunità di interazione e di collaborazione

Come si integra la tua professione in una digital strategy?
La mia professionalità entra in gioco su diversi piani e a diversi livelli, dalla formazione, alla consulenza, al tutoring alla mera erogazione di servizi. Di fronte ad un potenziale lavoro analizzo la situazione e propongo tutti quelli che possono essere i miei interventi, che possono ovviamente essere integrati con quelli di altri professionisti e di altre aziende.

Dipende molto dalla tipologia e dalla dimensione del cliente, oltre che dallo “stato dell’arte” e dallo scenario in cui sono chiamato a intervenire.

Native advertising e branded content: implicazioni relative all’autenticità del web?
Il web non è troppo differente da qualsiasi altro media, per quel che riguarda determinate tematiche. In rete si mente e si finge quanto e più che su qualsiasi altro mezzo e, oltre tutto, lo si fa in tempo reale. Ciò premesso, native advertising e branded content rappresentano certamente un’evoluzione e un’opportunità per le aziende, se utilizzati con intelligenza e con capacità.

Chi dona qualcosa si mette in una posizione privilegiata, rispetto a chi riceve il dono; le aziende debbono imparare a “donare informazioni”, a scambiare con i propri clienti acquisiti e potenziali altro, rispetto ai soliti contenuti pubblicitari.

Il rischio di compromissione dell’autenticità della rete, con particolare riferimento al mondo dei blogger, ovviamente sussiste. Ma chi bara non arriva mai lontano in rete e ben presto vedremo cadere molti altarini e sgonfiarsi molti palloni pieni di aria fritta.

La gestione dei social passa dal Marketing Department a PR e Customer Service: come cambia la presenza aziendale sui social?
Anche in questo caso dipende molto dalle aziende, dalle persone e dagli obiettivi. Troppo spesso certi cambiamenti sortiscono scarsi o nessun effetto, se dietro non c’è una reale determinazione e una autentica comprensione di cosa siano i mezzi che vengono utilizzati, a cosa servono e quale sia il loro utilizzo corretto.

Se il ciclo è “scarichiamoli a PR e servizio clienti perché tanto con questa roba non ci si vende”, il passaggio relativo alla comprensione del mezzo è viziato dal solito pregiudizio, secondo cui le relazioni non sono un buon investimento e che per vendere occorre bombardare la gente di messaggi pubblicitari, piuttosto che ascoltarne ragioni, desideri e necessità.

Qual è stato il tuo progetto di maggior successo?
Questa è la domanda più difficile. Fossi un po’ più “paraguru” ti risponderei che è “quello che deve ancora arrivare”, ma non mi piace ciurlare nel manico.

Non faccio nomi, perché si tratta di clienti gestiti in aziende con le quali ho collaborato in passato, ma la soddisfazione più grande, per me, è quella di averne iniziate alcune all’utilizzo dei nuovi media e di vederle oggi camminare sulle proprie gambe, con dipendenti e collaboratori interni che fanno quello che gli ho insegnato a fare e che continuano di tanto in tanto a chiedermi consigli.

La cosa più importante che si possa insegnare ad un’azienda, secondo me, è il valore delle relazioni e la forza di una presenza costante, discreta ma efficace sui social media.

È questo il tesoro, il carburante che, metro dopo metro, spinge la macchina della comunicazione verso il marketing, finalizzatore di un processo che nasce 8° rinasce) altrove, nell’ascolto, nella disponibilità, nell’autorevolezza che deriva dalla conoscenza della propria materia, messa al servizio degli utenti.

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

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