Il paradosso dell’influencer: la reputazione è tutto?

Il paradosso dell’influencer: la reputazione è tutto?
[Total: 1 Average: 5]

Influencer marketingInfluencer marketing e autorevolezza del blogger: la reputazione è tutto. Questo è vero per chi si occupa di blogging, per chi lavora nel settore del social media marketing. E per gli influencer? Certo, perché ti fidi delle persone che pubblicano consigli utili e che non si lasciano piegare da soluzioni esterne.

Ed è qui che si crea il paradosso dell’influencer: come diventare appetibile agli occhi delle aziende se le persone apprezzano il tuo essere incorruttibile? Facciamo un passo indietro: qualche giorno fa ho ripreso il libro di Matteo Pogliani – Influencer Marketing, valorizza le relazioni e dai voce al tuo brand – per approfondire il passaggio di un intervento. Ho riletto una frase:

Si parte sempre dalla necessità degli utenti (…). L’influencer diventa tale e si afferma nel momento in cui riesce a diventare concretamente un punto di riferimento per il proprio seguito. Un passaggio che non può prescindere dall’essere innanzitutto utile.

Cosa significa questo punto? Essere influencer non vuol dire avere una schiera di fan e follower alle spalle. Spesso questa figura e stata equiparata alla star del web, al guru o al personaggio noto che ama posare sotto i riflettori. E che magari basa tutto sul concetto di successo facile: l’azienda mi chiama, io metto una foto su Instagram e guadagno perché la gente segue i miei consigli. In realtà non funziona così.

La reputazione nasce col tempo

A meno che tu non sia un VIP o una grande azienda, il tuo punto di partenza è zero. Siamo tutti influencer nella nostra cerchia, ma ci sono dei criteri che possono fare la differenza. In primo luogo in termini numerici: quante persone ascoltano le mie parole? Chiaro, basarsi solo sui numeri senza interpretazione e correlazione non ha senso.

Come scelgo un influencer per la mia campagna? Solo in base al numero di follower o al traffico del blog? Voglio scegliere delle figure per un blog tour: punto solo sul numero di amici di Instagram? No, c’è una riflessione alla base che ha come riferimento il concetto di qualità. Non sei influencer se hai tanti follower o fan, ma se le persone si fidano di te.

Questo significa che non tutti i numeri sono uguali. Subiamo ancora il fascino della metrica, del numero roboante, della cifra che fa tremare i polsi. La reputazione nasce col tempo e si alimenta di fiducia. Ma i numeri sono relativi, molto relativi.

Per approfondire: come misurare il lavoro degli influencer

I numeri che contano

In una influencer strategy entrano in gioco altri fattori. Ad esempio il profilo backlink: chi li ha messi? Come sono stati inseriti? Sono link spontanei, donati da persone che si fidano della risorsa? Oppure sono link generati da un’attività artificiale, o addirittura vietata dalle regole di Google? E chi linka quel sito?

La prima differenza: non basta avere il numero di link, devi conoscere il profilo dei collegamenti. Chi linka cosa? E poi, chi condivide questi contenuti? C’è una nicchia, un gruppo di persone legate a un determinato settore, che condivide in modo costante i contenuti del blogger?

Ancora una volta il numero senza interpretazione rischia di ingannare chi cerca influencer per il proprio progetto: a cosa serve avere 20.000 follower se nessuno interagisce, clicca, ricondivide o apprezza? Questi numeri sono facili da manipolare, ma con strumenti come Followerwonk e Buzzsumo puoi capire se le persone sono interessate a ciò che dice un influencer o si limitano a osservare senza parlare.

Fare influencer e blogger outreach non è facile, ci sono diverse metriche da incrociare. Ma il punto da non dimenticare è la reputazione. L’influencer non deve mettere a repentaglio il suo bene più prezioso, e tu devi fare in modo che il suo potenziale si esprima nel miglior modo possibile.

Come superare il paradosso

Perché di paradosso si parla. Ho individuato l’influencer. Ho messo da parte il fascino dei grandi numeri per dare valore ai dettagli che contano, alla capacità dell’individuo di diventare un riferimento per la nicchia. Ora voglio sfruttare la sua forza, la sua influenza nei confronti del pubblico. Come fare?

La risorsa risiede in questo, nel suo essere affidabile e indipendente. Se viene assoldato da un’azienda e spinto verso il messaggio commerciale cosa succede? Il dramma. La soluzione arriva da questo video di Matteo Pogliani registrato durante l’ultimo WebUpDate che sottolinea un punto.

Attraverso gli influencer le aziende riescono a veicolare messaggi credibili: a parlarne non è uno spot ma una persona di fiducia. Che al tempo stesso toglie le sovrastrutture commerciali che le persone ormai non digeriscono. Perché l’influencer marketing fa parte di una strategia che bypassa l’interruzione e lavora sul concetto di inbound marketing.

La strada da seguire è simile a quella che lega il PPC e le campagne pubblicitarie alla logica del permission marketing. Devi farti trovare nel momento in cui le persone hanno bisogno di te, ed è vero che il blogging in questo caso è insuperabile.

Ma vale anche per AdWords, per la pubblicità su Facebook e per l’influencer marketing quando il messaggio è targettizzato, utile, non invadente. Capace di dare una risposta agli utenti.

L’immagine di Moz è chiara: nella logica dell’inbound marketing non c’è solo il blogging ma anche il lavoro di community building, la SEO e il PPC, la sezione video, Senza dimenticare l’influencer outreach quando viene fatto in un certo modo.

influencer marketing

Ecco un esempio pratico. Usain Bolt è credibile mentre vende pentole? Non credo. Ma se batte il record del mondo con le Puma nessuno vede la forzatura commerciale: il messaggio che passa è semplice, l’uomo più veloce del globo ha affidato il successo a quella marca. A prescindere dal compenso. Lui ha messo in gioco se stesso, il suo futuro di atleta. Non avrebbe indossato una scarpa di pessima qualità mettendo a repentaglio il suo primato. Tanto basta per essere autorevole.

Per approfondire: come diventare influencer.

È possibile superare il paradosso dell’influencer?

Secondo me sì. Rubo le parole di Matteo dal video: l’influencer è uno strumento, sei tu che costruisci la digital strategy e che scegli i modi, i tempi e le sfumature. C’è chi usa l’influencer marketing al limite, e sceglie le figure solo per generare numeri vuoti. Il paradosso si supera nel momento in cui decidi di puntare sulla qualità e non sulla quantità: si risolve quando c’è coerenza tra l’azienda e il singolo influencer. Sei d’accordo? Aspetto la tua opinione nei commenti.

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedIn

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.