Native advertising e brand

Native advertising: come integrarla con il tuo brand

Iniziamo dal principio: cosa è la native advertising?

Parliamo di native advertising quando ci troviamo di fronte a contenuti pubblicitari che si integrano all’interno di una piattaforma (ad esempio di un social o di un blog) e che indicano chiaramente chi è l’inserzionista. Ma la native advertising non si limita a questa definizione.

 

Questo tipo di pubblicità si fonde all’interno dei contenuti “nativi”, ovvero dei contenuti originali della piattaforma. In altre parole, la native advertising ribalta la concezione tipica della pubblicità.

Non è un messaggio da evitare (magari fastidioso nel suo interrompere l’experience della navigazione) ma contenuto integrato, in armonia con linea editoriale e design.

La native advertising, quindi, sembra la soluzione a tutti i mali.

Eppure ci sono dei limiti. Gli utenti sono assuefatti dalla pubblicità online, e la ricerca di MediaBrix insinua il dubbio: i consumatori concepiscono la native advertising come un contenuto ingannevole.

La soluzione per il tuo brand?

Puntare sulla qualità dell’informazione che trapela da questo contenuto pubblicitario. Io mi occupo di scrittura, di blogging, e da queste statistiche di Marketingproff (fonte immagine) capisco che l’idea di native advertising è strettamente legata alla creazione di articoli, di post da pubblicare sui blog.

Bene, come me la immagino la native advertising sul mio blog? E, soprattutto, come si dovrà strutturare per fare in modo che non rappresenti un pericolo per il mio brand?

In primo luogo dovrà essere un articolo in tema con l’argomento. Un blog segue una linea editoriale, e anche la native advertising deve farlo: chi crea i contenuti deve studiare il blog che ospiterà l’articolo e seguirne la linea.

Questo vale anche per la forma, non solo per il contenuto. Non puoi pubblicare un articolo inamidato, sterile, burocratico quando il blogger usa un tone of voice informale. Creare distanze non è il compito della native advertising: meglio avvicinarsi ai contenuti originali.

Ancora un punto chiave: la qualità. Il tuo brand deve esigere una qualità assoluta dalla native advertising. Non puoi mandare i tuoi lettori verso il baratro, non puoi gettare un contenuto mediocre nella mischia: tutto deve essere lineare agli standard. Ovvero:

  • Contenuti unici e interessanti.
  • Immagini di qualità.
  • Niente errori di ortografia, sintassi, grammatica.

 

Per tutelare il tuo brand devi pubblicare contenuti interessanti per il lettore. Chi crea l’articolo deve avere una profonda conoscenza del pubblico, deve comprenderne le esigenze. Non deve essere un testo improvvisato.

Chiarezza

La native advertising me la immagino chiara. Voglio sapere chi ha scritto l’articolo, chi l’ha pubblicato. Voglio sapere se c’è stato un compenso per esprimere le opinioni e se sono state rispettate le regole di Google.

Molti blogger hanno la possibilità di provare articoli e testare app per poi recensirle: io credo che questo sia un servizio utile perché io mi fido della persona che sto leggendo e voglio conoscere la sua opinione.

Ma credo che sia importante definire subito il rapporto, l’assenza di influenze, la possibilità di pubblicare solo opinioni personali, non influenzate.

La native advertising è il futuro della pubblicità online? Difficile dirlo con certezza, io però me la immagino così: contestualizzata, chiara, di qualità. E tu?

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