Cristiano Carriero: dalla letteratura allo storytelling

Cristiano Carriero: dalla letteratura allo storytelling

Cristiano Carriero

Cristiano Carriero, Digital & Marketing per Performance Strategies: laureato in lettere moderne, ha pubblicato due romanzi (Ci sono notti che non accadono mai e Domani No), tre raccolte di racconti e due volumi, "Facebook Marketing" e "Content Marketing", per Hoepli Editore. Formatore in aula e in azienda. Blogger per Il Giornale Digitale, SenzaFiltro, Betclic e Manjoo. Collabora con Socialware e con alcune Società di calcio professionistiche come Storyteller. Da grande scriverà romanzi, e basta.

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La formazione è importante nel settore del digital marketing. Devi seguire corsi, leggere libri, lavorare con persone in gamba, capaci di trasferire la propria conoscenza. Ma c’è un dettaglio che pochi considerano: la struttura di base. Quello che abbiamo acquisito prima di tuffarci nel mondo del marketing digitale.

C’è chi decide di iniziare a lavorare subito dopo le scuole superiori, chi invece conclude un percorso universitario. Le strade più comuni? Ingegneria, Informatica, Scienze della Comunicazione. Cosa succede se un laureato in letteratura contemporanea decide di diventare digital strategist e storyteller?

Scopriamolo con l’eccellenza digitale che abbiamo intervistato oggi: Cristiano Carriero.

Chi sei e di cosa ti occupi?

Mi chiamo Cristiano Carriero e mi occupo di contenuti. Credo sia definizione più completa ed esaustiva possibile, dal momento che il 70% delle mie attività quotidiane sono legate ai contenuti: dalla strategia all’esecuzione, perché sostengo che i margini di miglioramento siano tali e talmente ampi che l’operatività non possa essere totalmente delegata.

Di contenuti mi occupo per Performance Strategist, azienda per la quale lavoro e che mi sta dando la grande opportunità di conoscere e raccontare il mondo della formazione top class attraverso le DEM, il blog, i social e i contenuti extra (ebook, video, lead magnet), dopo aver scritto per altre categorie di business in altre realtà, aziende e agenzie. Scrivo anche per alcuni blog, i principali sono Il Giornale Digitale, dove parlo di lavoro, Informazione Senza Filtro, dedicato all’innovazione, Betclic e Manjoo dove scrivo di due grandi passioni: il calcio e il cibo.

Nel tempo libero… scrivo. Sono un autore Hoepli e nel 2016 pubblicherà 3 titoli, il primo dei quali dedicato al Content Marketing. Appunto.

Racconta ai lettori come hai iniziato

Dieci anni sono lunghi da srotolare. I momenti di svolta sono state le difficoltà. Il primo stage all’Indesit, dove ho mi occupavo di ufficio stampa non si concluse bene. Non fui confermato. Iniziai a farmi mille domande, ma soprattutto iniziai a pensare a qualcosa di diverso. Volevo vivere di scrittura e allora mi sono proposto a un’agenzia che cercava un account.

Iniziai da venditore ma sapevo che prima o poi mi sarei ritagliato il mio ruolo da copy. Quello era il mio sogno e quello avrei fatto. Poi sono arrivati i social e non ho inventato nulla. Gli spazi da riempire sono diventati sempre di più e io mi sono calato bene in questa realtà liquida.

Ci sono state altre difficoltà nel percorso, non ultime quelle di qualche mese fa quando ho deciso di intraprendere un nuovo percorso dopo aver contribuito a fondare l’agenzia nella quale lavoravo. Sentivo che non stavo imparando più e così ho deciso di provare a fare qualcosa di molto difficile: parafrasando Mourinho avevo la mia bella sedia comoda, il mio schermo gigante e un posto caldo. Ma io non ero più lo stesso di qualche anno fa. Non credo ci si possa permettere il lusso di adagiarsi, le scelte comode non pagano, a lungo termine.

Hai studiato letteratura contemporanea: come si fonde con il tuo lavoro?

Ti potrei rispondere con il classico: allarga la mente. Ma non credo sia vero. E non è nemmeno vero che chi viene da lettere sa scrivere meglio di altri, spesso e volentieri vedo una totale mancanza di attitudine alla scrittura. La letteratura, se studiata bene, aiuta a stabilire connessioni, digressioni, che nel mio lavoro sono fondamentali.

Studiare aiuta a studiare, e per questo credo fermamente che per gli umanisti sia un periodo positivo. Ho scritto due post sul tema, sul mio blog. In “umanisti e laureati in lettere 2.0” spiego che esiste una carenza in ambito di contenuti, e ci sono effettivamente poche risorse davvero abili, alcune discontinue, poco organizzate e poco inclini ad accettare le procedure aziendali.

Anche io, venendo da una facoltà letteraria, sono cresciuto leggendo i poeti e spesso ho avuto, nel corso degli anni, difficoltà a mettere l’obiettivo davanti al narcisismo di un bel testo. Questo non vuol dire perdere la componente umanistica, anzi.

Bisogna solo capire quando è il caso di citare Leopardi e quando è ora di riporre gli aforismi nel cassetto, magari per usare un linguaggio persuasivo. Chi ha un solo stile non può fare questo mestiere. In compenso può diventare un grande scrittore! (magari ci riuscissi io)

Digital marketing strategy. Cosa fai esattamente?

Per Performance Strategies curo, insieme a un team di ragazzi bravissimi (Marco Peca e Giacomo Valeriani sono due grandi professionisti), la strategia dei contenuti, supportati ovviamente da Marcello Mancini che di Perfomance è fondatore e Presidente.

Nello specifico, il nostro obiettivo è quello di creare “cultura” del prodotto, e far sì che il target venga a conoscenza dei corsi (in una prima fase), passando poi a diventare un contatto “caldo” tramite i social, il blog, le DEM e altre risorse. Senza entrare troppo nello specifico, il mio ruolo è quello di capire quali contenuti possono “trasformare” l’utente.

Ti faccio un esempio. Probabilmente avrai sentito parlare di negoziazione, ma sai in quali occasioni può esserti utile nella vita? E la leadership, come può farti avanzare di carriera e farti ottenere uno stipendio migliore? Ecco, io devo sempre comunicare, attraverso più media possibili, questi concetti.

Un digital media strategist progetta, organizza e crea. Nel tempo libero studia nuovi strumenti. Nel mio caso studia anche il prodotto e i relatori. E qui ho una grande fortuna: in questo momento della mia vita parlo di un “prodotto” bellissimo, stimolante. E per farlo sono “costretto” a studiare i libri dei migliori formatori.

Le aziende hanno bisogno di storytelling?

Bella domanda, a volte mi sorprende pensare che sia una novità. Le aziende hanno sempre avuto bisogno di storytelling e chi l’ha fatto in passato adesso si trova in vantaggio. Non ti dirò la classica frase banale, che “la gente ha bisogno di storie”.

La gente ha bisogno di sicurezze. Di appigli. Di speranza. Di migliorare. Di comodità e di avventura. Di più scelte.

Lo Storytelling buono non è quello che viene fatto a posteriori, ma è insito nel prodotto stesso. Solo che in molti si sono dimenticati a quale bisogno del cliente volevano rispondere. Quando ho lavorato alla Indesit ho conosciuto un grande Presidente, un grande uomo, Vittorio Merloni. Lui sapeva farti innamorare di qualunque cosa, persino di una lavatrice.

Ti raccontava la storia di suo padre Aristide, che un giorno gli disse: “Vittorio, mi spendi tutti i soldi in pubblicità!”. Non ho mai dimenticato quella lezione, quelle due ore passate con lui. Capii la differenza tra la sua impresa e la concorrenza. Lui non vendeva elettrodomestici, vendeva più tempo libero da passare con la famiglia, meno rumore, più divertimento in cucina. Ecco, se potessi esprimere un desiderio, un giorno vorrei raccontare quella storia lì, quella che lo ha portato da Fabriano al mondo.

Come si fonde lo storytelling e il content marketing?

Sono due scienze diverse, accomunate da un padre molto severo: la scrittura. Puoi essere un buono storyteller ma se non sei organizzato non sarai mai un content marketer. Viceversa puoi avere una buona predisposizione alla strategia e alla pianificazione e scrivere di merda (si può dire?).

Io ho molto da imparare da entrambe le parti: lato storytelling perché vedo i miei punti di riferimento (Fontana, Buffa, Baricco) ancora lontani, sebbene io abbia già una buona esperienza di azienda e loro no, lato content perché oggi bisogna essere sempre aggiornato, avere capacità di video e foto editing, oltre che di semplice scrittura. A 36 anni ho scelto di rimettermi in gioco in tal senso perché le aziende non cercano scrittori, e di sicuro non li assumono.

Facebook: è ancora il social network preferito dalle aziende?

La mia amica Veronica Gentili direbbe che è una questione di numeri, ed è difficile darle torto. Io credo sia anche una questione di pigrizia e avendo lavorato in agenzia, anzi in più agenzie, posso confermarlo.

Molti clienti sono poco digitalizzati. Chiedono alle agenzie i social e alcune risorse, anche all’interno delle stesse agenzie (qui si aprirebbe un altro file) familiarizzano solo con Facebook. Di qui un circolo vizioso.

Il cliente controlla solo Facebook perché è quello più visibile, magari di Twitter e Instagram si è dimenticato anche la password. Questo vale anche all’interno delle aziende, si dà troppo peso a Facebook e troppo poco a LinkedIn e a Telegram, ad esempio.

La verità è che Facebook, parafrasando Renéè Mauborgne, è un Oceano Rosso, mentre ci sono tantissimi oceani blu tra gli altri social. Anche se io credo che stiamo vivendo una (lunga) frase di transizione.

Forse tra qualche anno gli spazi per le aziende, sui social, non saranno più gratuiti, almeno questo è quello che intuisco e che è emerso all’ultimo content marketing forum di Cleveland. Di fatto, a oggi, Facebook è un social utilissimo a tutte le aziende, in particolare modo a quelle con una fan base attiva.

Quello che mi chiedo, e che ho portato all’ultimo Smau di Napoli, è se il tempo investito da risorse/ agenzie/ tempo sottratto ad altre attività è ripagato in termini di richieste info/ nuovi lead/ reputazione. Insomma, i KPI non sono un’opinione, vanno scelti e monitorare, sennò diventa tutto un piacevole passatempo.

Un consiglio che cambierà la vita del lettore…

Disattivare le notifiche in certi momenti della giornata. Anche momenti lunghi. È importantissimo perché essere sempre connessi, sopratutto per chi fa questo lavoro, e ha quindi una scusa “ufficiale” per poter consultare sempre i social, è sinonimo di defocalizzazione.

Ed essere defocalizzati significa fare più cose, ma male. Dobbiamo ritrovare l’attenzione, il focus, e questo è un grande rischio per le prossime generazioni.

Ne va della nostra capacità di concentrarci, che è fondamentale per fare un lavoro bene. Anche se chi lavora nel digitale non opera, non cura vite umane, non costruisce palazzi, non deve distrarsi. Lavorando su grandi numeri (esempio, 35 post al giorno programmati, ebook, DEM, brochure, sito) l’errore è dietro l’angolo. Ancora di più quando si è distratti.

L’altro consiglio pratico che voglio darvi è: allenatevi alla scrittura. Provateci. Misurate quanto tempo ci mettere a scrivere un post. Sfidatevi a farlo in meno tempo. Per diventare competitivi dovete essere bravi e veloci. 25 Minuti per un articolo di 800/1000 parole.

Fate come in palestra. Quando siete diventati abili a scrivere due post, scrivetene tre. Poi quattro, e così via. E leggete. Non siate onanistici, se c’è da fare un complimento a un collega o a un potenziale competitor (io odio questa parola) fatelo. Sarà uno stimolo a scrivere qualcosa di ancora più bello.

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

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