Un mondo di SEO: la parola a Mariachiara Marsella

Un mondo di SEO: la parola a Mariachiara Marsella

Mariachiara Marsella

Dopo la Laurea, nel 2002, inizia subito a lavorare nel web marketing e nel tempo sviluppa una forte passione per la SEO, usabilità, brand reputation e, ad oggi, si definisce anche "mobile marketing addicted". Partecipa a convegni in qualità di relatore e moderatore e come formatore delle nuove leve della SEO e del web marketing.

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Immagina di iniziare a lavorare in un settore iper-competitivo come la SEO in un’epoca lontana anni luce. Almeno dal punto di vista teorico-concettuale. Pensa alla search engine optimization quasi dieci anni fa: cosa facevamo? Come si muoveva il settore? Qual era lo standard da seguire?

Oggi con le eccellenze digitali italiane vogliamo intervistare una persona che ha visto tutto questo. E che ha fatto la gavetta insieme ai migliori, quando parlare di SEO era ancora per pochi. Oggi passiamo la parola a Mariachiara Marsella.

Chi sei e di cosa ti occupi?

Sono una donna, romana, che nel 2007 ha iniziato a fare SEO in mezzo a tutti uomini, a Milano. E qui potrebbe finire la mia intervista.

Mi occupo di digital marketing (questo è il mio sito www.mariachiaramarsella.it) con una forte passione per la SEO, grazie al fatto che ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni dei migliori SEO italiani, Marco Loguercio, Enrico Altavilla e Simone Rinzivillo e che continuo a interfacciarmi con loro e con altre persone squisite come Piersante Paneghel.

Racconta ai lettori come hai iniziato

Era il 2002 e stavo scrivendo la Tesi di Laurea in Filosofia del Diritto (una cosa allegra: “Il Diritto di fronte alla morte: Eutanasia e Suicidio”) e un capitolo verteva sul suicidio in Internet. Ovvero c’erano e credo ci siano ancora molti siti web che oltre a inneggiare al suicidio forniscono addirittura consigli pratici su come farlo senza destare sospetti… il web è pieno di pazzi.

Iniziai quindi a navigare il web come fossi stata un hacker e la cosa mi piacque.
 Dopo la laurea iniziai a lavorare subito come web content e ricordo che facevo SEO senza saperlo, così giusto per logica. E devo dire che la logica mi ha salvato un sacco di volte, a lavoro e nella vita.

Seguii alcuni corsi (nel 2003 non c’era molta scelta) sia dal vivo sia con cd rom (veri e propri cimeli) e ricordo di aver fatto un test pratico durante il quale mi fu messo addirittura un voto.

L’esperienza vera è stata però quando ho iniziato a lavorare come SEO specialist, nel 2007, prima a SEMS, poi a Mamadigital e poi a PMI Servizi come direttore marketing online. Nel frattempo tenevo (e tengo tutt’ora) corsi di formazione presso Istituti, in aziende e via Skype, oltre a partecipare come relatore a diversi eventi nazionali.

Anzi, se mi permetti, vorrei dire che il prossimo 3 febbraio sarò a Milano a parlare di “Online reputation e fidelizzazione, i data a servizio delle banche”, un evento organizzato da ISIDE – Istituto Internazionale di Documentazione Economica.

Meglio lavorare come freelance o in azienda?

Ci sono pro e contro in entrambi i casi.
 In azienda il rischio è che puoi “affezionarti” alla realtà – non è detto che sia una cosa positiva, soprattutto per te – però hai certamente una visione più completa potendo interfacciarti in modo costante con i diversi reparti però, a guardare l’altra faccia della medaglia, non hai la possibilità di scegliere tu i tuoi clienti.

Come freelance hai un’enorme libertà in fatto di scelta dei clienti, ma proprio questa libertà, se gestita male, può diventare un boomerang e, paradossalmente, imprigionarti. Direi che per decidere con cognizione dovremmo sicuramente conoscere noi stessi molto bene e poi ascoltare anche le opinioni di chi ci vuole bene e ci conosce, appunto.

Come inizia la tua giornata?

Informandomi, leggendo e testando quello che posso. 
Dedico all’aggiornamento molto tempo perché ogni giorno esce fuori qualcosa di nuovo, che riguarda la SEO o i Social o AdWords o il Mobile…

Il bello di questo lavoro è che pur volendo non potresti mai annoiarti e come dico sempre ai giovani che intraprendono questo percorso “siccome dovremo lavorare per tutta la vita, non c’è nulla di meglio che farlo senza mai sapere cosa ci aspetta il giorno dopo”.

Ti occupi di brand awareness: cosa fai esattamente?

Dipende. 
Quello che solitamente cerco di spiegare alle aziende è che il loro brand non è un brand finché non viene riconosciuto tale dal popolo del web e che per farlo possono servire (a seconda dei casi) diversi strumenti e diverse strategie.

Non si può cercare qualcosa di cui non se ne conosce l’esistenza, quindi il primo impegno è stimolare la ricerca. Come? SEO, AdWords e Social.
 Spesso, infatti, mi capita di ascoltare persone che sono convinte di avere l’idea del secolo e magari è anche vero.

Ma il problema è che prima o contestualmente alla creazione di qualcosa che non esiste, devi creare anche il bisogno di quel qualcosa, quel bisogno che spingerà gli utenti a cercare quel qualcosa.

Inbound marketing: le aziende credono in queste strategie?

Le grandi aziende sono più propense (generalmente) a credere e quindi a puntare su queste strategie, le piccole e medie imprese hanno invece maggiori difficoltà perché purtroppo molte sono più focalizzate sul “tutto e subito” piuttosto che nel creare un brand solido nel tempo, fidelizzando i propri utenti.

Native advertising come soluzione definitiva all’avanzare di Ad Block? Probabilmente sì, ad oggi la vera sfida è riuscire a non far scappare l’utente e per non farlo scappare è necessario non distrarlo e anzi offrirgli contenuti che visivamente lo possano “tranquillizzare”.

Perché un’azienda dovrebbe investire nel content marketing?

Potrei rispondere: “Perché lo dice Google, perché lo dicono tutti e perché così fanno tutti”. E in tutti i casi direi la verità. C’è però una risposta forse ancora più vera: perché sono gli utenti (i potenziali clienti) a volere contenuti non solo testuali ma anche video, soprattutto con l’avvento del mobile.

E noi dobbiamo dare loro ciò che si aspettano (anche in real time). Diamo un’occhiata al Report Audiweb “Total Digital Audience” da pochi giorni pubblicato e relativo al solo mese di ottobre:

  1. il 92% degli utenti online utilizza la Search;
  2. il 90% General Interest Portals & Communities;
  3. 87% i social network;
  4. 81% siti di intrattenimento con sottocategorie quali video, movie;
  5. 68% “Current Event e Global News”.

Consideriamo poi che la tipologia di content più fruito cambia in base alla piattaforma (per esempio su Facebook le immagini), al device utilizzato (su smartphone vanno forte i video – In general, how often do people watch online videos via their smartphone? Daily 28% – Italy – smartphone Consumerbarometer.com), alla tipo di ricerca (le ricerche sul motore sono classificabili a seconda dell’intento dell’utente in informazionali, transazionali e navigazionali)…

Perché un’azienda dovrebbe investire nel content marketing?

Redigere un buon e lungo contenuto testuale pensando tanto all’utente quanto al motore di ricerca ha sicuramente senso per il posizionamento (al netto di tutte le variabili che ci sono) ma potrebbe non bastare affatto se la query presuppone, per esempio, la presenza di un’immagine.

Facciamo un esempio che ho utilizzato in un convengo dove parlavo di eye-tracking e SEO e dove sono state testate finte SERP che contenevano tipi di contenuti diversi. Se cerco pelliccia ecologica rosa Google mostra subito delle immagini, le prime di Google Shopping e le altre di Google Images, e successivamente le pagine dei siti web.

Se cerco video divertenti – ovviamente  – è perché vorrò vedere video divertenti e infatti Google mostra nei primi risultati dei video e solo dopo le pagine di siti che contengono video.

Riassumendo, cosa significa? Che oggi più che mai le aziende hanno bisogno di diversificare la tipologia di contenuto tenendo conto del loro core business, senza quindi snaturarsi ma cercando di rintracciare il bisogno dell’utente che è sempre quello di “informarsi” per acquistare, per divertimento, per condividere…

Un consiglio pratico, una scoperta che cambierà la vita del lettore…

Un consiglio valido (spero) sia per chi fa questo lavoro sia per i clienti. 
Ogni volta che vendete un servizio formate il cliente con opportuna documentazione e conference call, il cliente deve assolutamente capire il valore di ciò che gli state offrendo, solo così potrà apprezzarlo.

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

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