Le qualità indispensabili del Native Advertising

Le qualità indispensabili del Native Advertising
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In questi giorni si parla molto di native advertising, i dati che arrivano dalle ricerche sono incoraggianti. E lo stesso mobile vede il suo futuro in questo mondo che si basa su un principio chiaro: le persone non sono più disposte a cliccare sui banner e sui link acquistati sottobanco.

Le nuove statistiche pubblicate da Business Insider, dedicate alle revenue del settore pubblicitario americano, descrivono uno sviluppo interessante per il native advertising.

Nel 2016 abbiamo una situazione quasi paritaria, ma dal 2017 in poi il native advertising dovrebbe prendere il sopravvento. E superare di gran lunga la pubblicità tradizionale, basata sull’interruzione del contenuto. Un contenuto che il lettore stava leggendo con attenzione.

native advertising

Come si evolve il native advertising?

Perché questo è il principio base: il native advertising è uno strumento del content marketing che riesce a trasformare l’impegno pubblicitario in qualcosa di utile. Ma non nascosto sotto all’ipotetica scelta editoriale. Perché questo meccanismo sarà l’investimento del futuro? Secondo Business Insider ci sono tre caratteristiche del native advertising:

  1. Risolve il problema dell’ad blocking.
  2. Genera più engagement.
  3. Permette di raggiungere la propria audience.

Cosa significano questi punti? Qual è la sintesi? Questa sponsorizzazione non viene percepita come pubblicità o almeno non dovrebbe: è un contenuto che viene letto e condiviso come l’articolo di un blog o di un giornale. Non ha fini SEO, il link deve essere gestito in modo da non figurare come una compravendita. E deve essere ben chiaro il legame commerciale.

Tutto viene lasciato in secondo piano se il risultato rispetta determinate regole. In primo luogo deve esserci fiducia tra chi scrive e chi legge attraverso il punto che ho già elencato: native advertising non è pubblicità travestita da post indipendente. Anzi, l’azienda è ben fiera di apparire come promoter.

Questo è l’esempio di Netflix che ha pubblicato una pagina su Wired con un header fisso, un messaggio chiaro – sponsored content – e un banner nell’angolo a destra che accompagna il lettore durante lo scrolling. Questo è native advertising, ma non solo. Ecco i punti decisivi di questi contenuti secondo la presentazione di Claudio Vaccaro di BizUp.

Forma del contesto

Il native advertising si mimetizza con la piattaforma che lo ospita. Ciò non equivale a confondersi con gli articoli della redazione, l’etichetta sponsored è sempre presente, ma c’è una totale similitudine. In particolar modo c’è omogeneità tra contenuto e contenitore.

Questo significa che il native advertising è integrato nella programmazione. Il pubblico non dovrebbe notare la differenza tra un contenuto ordinario e un lavoro a pagamento. L’unica differenza è la sponsorizzazione ben visibile. E che quindi permette di apprezzare la firma.

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Stessa funzione

La fusione tra contenuto e piattaforma riguarda la forma. Ma anche la sostanza. Questo vuol dire che la linea editoriale è condivisa dal native advertising, e che gli argomenti soddisfano il target di riferimento. Ma non solo: dovrebbe esserci linearità con il tone of voice, lo stile della comunicazione.

In quest’ottica il native advertising si presenta come un articolo o un video allineato con l’audience di riferimento. Tutto questo fa da sfondo a studio e analisi, non si improvvisa un buon lavoro di sponsored content ma si ritaglia intorno a ciò che chiede la piattaforma. Come sottolinea la slide in alto, l’ideale è dato dall’unione di forma e funzione.

Il native advertising dovrebbe partire da uno studio del pubblico che si incrocia con quello del publisher: devi conoscere chi ti ospita e chi ti leggerà. Ecco perché in questi casi è indispensabile lavorare con i migliori SEO tool come SEMrush, SEOzoom e MajestcSEO, senza dimenticare Ahrefs per l’analisi dei backlink.

Non interrompe

Questo è un punto importante perché rimanda al concetto di inbound marketing: devi creare dei messaggi utili e lineari con la navigazione. Non devi essere la pubblicità ma il contenuto che il pubblico cerca e condivide, commenta e linka.

native advertising

6 tipi di native advertising – Fonte immagine

Il coinvolgimento è dato dalla scelta del singolo che preferisce un titolo. E non si crea imponendo una soluzione attraverso pop up invasivi o banner decontestualizzati. Ecco perché il native advertising sfrutta diverse soluzioni per farsi notare:

  1. In-feed (stile Facebook Advertising per intenderci).
  2. Widget con articoli suggeriti.
  3. Paid Search (tipo AdWords)
  4. Promoted Listining, prodotti suggeriti in una lista.
  5. Unità pubblicitarie interattive.
  6. Contenuti creati ad hoc.

La capacità di non interrompere, quindi di non imporsi nei confronti della navigazione, può limitare l’azione dell’advertising? No perché tutto questo è basato sulla rilevanza. La scelta dei titoli, l’argomento, i contenuti di approfondimento, i link e i nomi che si citano nelle fonti. Tutto questo è rilevante.

Voglio raggiungere un target con un prodotto utile? Devo scrivere un articolo capace di interessare quelle persone, uso un vocabolario adatto e delle headline in grado di catturare l’attenzione del pubblico.

Inoltre cito dei blogger noti nell’ambiente, in grado di richiamare l’attenzione e fare da conferma indiretta: un contenuto che riporta le nozioni degli influencer (con un link naturale) guadagna la fiducia di chi sfoglia le pagine.

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La tua idea di Native Advertising

Questi sono dei punti indispensabili per ottenere un buon risultato nel mondo del native advertising. Ormai in Italia ci sono agenzie specializzate in questo settore e i publisher iniziano a lavorare sul serio intorno a questo concetto.

Pubblicare contenuti a pagamento non per nascondere la pubblicità ma per diventare risorsa utile. Secondo te ci stiamo muovendo nella direzione giusta? Aspetto la tua opinione nei commenti.

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

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2 Comments

  1. La direzione, Riccardo, mi sembra quella giusta.
    Non imporsi ma esserci nel momento e nel modo giusto.
    Lasciarsi plasmare dai [reali] desideri di chi legge, non il contrario.
    La strada, quella si, è lunga e con un solo percorso possibile:aperto e seguito con intelligenza.

    Reply
    • Ciao Alberto!

      Anche io sono d’accordo con questa visione: native advertising vuol dire offrire una qualità reale al lettore. Dobbiamo abbandonare lentamente la soluzione della pubblicità che interrompe, dobbiamo diventare il contenuto utile.

      Reply

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