Puntare sull’informazione online: intervista a Silvio Gulizia

Puntare sull’informazione online: intervista a Silvio Gulizia

Silvio Gulizia

Silvio Gulizia è giornalista professionista, blogger e consulente di comunicazione. Appassionato di creatività, produttività e life hacking, si occupa di tecnologia e startup. Collabora con diverse testate giornalistiche e con acceleratori e venture capital come consulente di comunicazione.

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La comunicazione online si muove veloce, impossibile seguire tutte le evoluzioni legate al come le persone consumano articoli, immagini, video e audio. La dieta mediatica varia in continuazione grazie all’evoluzione del digitale. E i giornalisti devono seguire questa metamorfosi. Anzi, in qualche caso devono anticiparla.

Come cambia il giornalismo nel corso degli anni? La professione del giornalista è sempre legata alla scrittura e alla pubblicazione delle notizie? Qual è il futuro del fact checking? Saremo in grado di leggere notizie “vere”? Domande che sembrano banali, ma che nascondono delle riflessioni che non posso affrontare da solo. Oggi, infatti, ho deciso di intervistare Silvio Guiliza, blogger e giornalista.

Chi sei e di cosa ti occupi?

Silvio Gulizia, giornalista, blogger e consulente di comunicazione. Ho lavorato per circa venti anni nel mondo dell’informazione e da qualche anno lavoro anche come consulente per la comunicazione per aziende e startup, occupandomi soprattutto di blog aziendali, social network ed eventi, ma più in generale anche del posizionamento e dell’immagine delle realtà con cui lavoro.

Racconta ai lettori come hai iniziato

Ho sempre venduto quello che scrivevo, fin dai tempi dell’università. Subito dopo la laurea ho fatto uno stage in un TG e poi un master in giornalismo online durante il quale ho conosciuto il direttore del Corriere di Firenze, che poi mi ha offerto uno stage e quindi una collaborazione.

Di lì in poi ho alternato il lavoro di freelance e quello di dipendente, sempre all’interno dei mezzi d’informazione.

Meglio lavorare come freelance o in azienda?

Sono due cose diverse e una non è meglio o peggio dell’altra. Da freelance hai la libertà di sceglierti i clienti, decidere su che tipo di progetti lavorare e organizzarti la giornata come preferisci, ma anche tutte le beghe che ne conseguono come l’amministrazione, la gestione dei clienti, i pagamenti, gli strumenti di lavoro, ecc.

In azienda invece devi sottostare a diverse regole che spesso non hai fatto tu, devi fare i conti con un’organizzazione gerarchica e con obiettivi che a volte puoi non condividere. Però in genere hai più mezzi a disposizione, stipendio a fine mese, e lavori su progetti di più lunga durata.

In ogni caso è fondamentale mantenere salda l’idea che lavori per te stesso. In un certo senso, puoi fare l’imprenditore anche se lavori come dipendente.

Come inizia la tua giornata?

Salvo catastrofi, bevo, faccio yoga o pratico dei riti tibetani in base al mood, medito, leggo, scrivo e poi faccio colazione con la famiglia. Quindi inizio a lavorare, da casa o fuori.

Ti occupi di parole e startup: cosa significa?

Ho sempre scritto per campare. Da qualche anno mi occupo anche di comunicazione per startup e aziende del mondo dell’innovazione. Le aiuto a posizionarsi raccontando le proprie storie, con l’obiettivo di coinvolgere clienti e utenti esistenti e attrarne di nuovi. In genere tutto questo passa attraverso blog e social network.

Web journalism: la direzione? Come si sta evolvendo?

Non credo che valga più la pena di parlare di web journalism. Si poteva fare 15 anni fa. Oggi il giornalismo ha a disposizione strumenti digitali che aiutano a informare le persone. Le quali a loro volta pretendono qualcosa di nuovo e di diverso.

Credo che la svolta sia dovuta più ai free press che al web. Sono quelli che, almeno in Italia, hanno fatto percepire le news come qualcosa di gratuito. Perché su Internet le news sono sempre state free, ma sui giornali non lo erano. Guardo con interesse alla nuova avventura del Corriere.

Vendere le news è apparentemente la sfida del prossimo decennio, ma in realtà la vera sfida è produrre giornalismo di qualità. Il web ha abbassato i costi di produzione, ma ha anche contribuito a tagliare gli stipendi dei giornalisti.

Di solito un articolo per il web è pagato la metà o giù di lì rispetto a uno per un quotidiano. Non è e non sarà più così perché non c’è più differenza fra giornalismo e giornalismo online.

Oggi ci sono diversi media attraverso cui riceviamo le notizie: stanno nelle nostre tasche, sul tavolo, sul divano, appesi al muro, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, in edicola.

La sfida oggi è metterci dentro qualcosa per cui valga la pena pagare. E di contro, prima ancora della notizia, devi vendere il brand e comprendere come servire le notizie alla gente.

Basta dare una sbirciata all’interno di Snapchat per rendersi conto di come il mondo dell’informazione stia per essere completamente stravolto. Due anni fa ho descritto le startup dell’informazione al Festival della Comunicazione. A breve ci sarà da divertirsi.

Problema fact checking: una soluzione contro al cattiva informazione?

I vari tentativi di risolvere questo problema sono legati alla partecipazione del pubblico perché i giornalisti, oberati di lavoro e a volte schiavi delle pageview, si sono dimenticati che il loro lavoro era fare il cane da guardia. Oggi invece fanno entrare tutto quello che luccica.

Non vedo ancora una soluzione dalle nostre parti: con un serio fact checking i politici non potrebbero più dire balle, ma i mezzi di informazione sono spesso legati a doppia mandata con il sistema politico. Ci vorrebbe poco a smascherare i politici o fare indagini su quello che non funziona, però la cosa ha un costo non da poco e il ritorno in questo momento non è così vantaggioso.

Almeno, apparentemente. Se ci fosse un giornale che facesse solo fact checking ci sarebbe da divertirsi, ma dovrebbero finanziarlo i cittadini perché nessun altro gli darebbe una lira. Le porte a quei giornalisti si aprirebbero con difficoltà e via dicendo.

Wikileakes è un perfetto esempio. Il mondo del giornalismo è uno di quelli che più cambierà nei prossimi anni e il fact checking sono sicuro che giocherà la sua parte, anche se non ho ancora capito come.

Secondo te il native advertising è la soluzione per i quotidiani?

Se vuoi vendere news devi vendere le news. Quando campi di pubblicità cambia il cliente: non più il lettore, ma chi compra la pubblicità. Una soluzione tampone ma alla lunga non credo funzionerà.

La gente vuole fidarsi delle testate e avere prodotti di qualità. Poi si può campare anche vendendo pubblicità, però per fare quello devi avere traffico. Guarda Diesel: fa la pubblicità sui siti porno perché là ci trova la gente. Questo non vuol dire che se vuoi fare soldi con le news devi dare spazio a “certi argomenti”, ma se guardi la sidebar di siti e giornali capisci cosa intendo.

La pubblicità, comunque tu la proponga, non è quello per cui la gente vuole pagare. E se tu vuoi milioni di lettori, allora devi investire sulla colonna di destra della home. Prendere questa decisione significa tralasciare il resto, quello per cui – in teoria – la gente dovrebbe essere disposta a pagare. Il Native Advertising in quest’ottica è un palliativo.

Un’idea che cambierà la vita del lettore…

Stai per morire. Fattene una ragione, il numero di giorni che ti restano diminuisce ogni 24 ore. Sicuro che non rimpiangerai quello che stai facendo ora?

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

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