Professione social media manager: Intervista a Roberto Gerosa

Professione social media manager: Intervista a Roberto Gerosa

Roberto Gerosa

La mia missione? Convertire. Non sto parlando di religione, troppa concorrenza in quel campo. Il mio lavoro è aiutare aziende e privati a rendere più efficace la loro visibilità sui Social Media. Grazie alle mie competenze e al mio aggiornamento quotidiano sul Social Media Marketing cerco di non perdere mai di vista un obiettivo ben preciso: convertire contatti in clienti.

Il lavoro del social media manager non è semplice. Anzi, è un compito difficile. Devi avere la professionalità di chi lavora notte e giorno sulle piattaforme di social network come Facebook e Instagram, ma devi anche sfruttare le dinamiche legate all’inbound marketing che contemplano gli strumenti del blogging aziendale, dell’influencer marketing e del native advertising.

Ecco perché oggi abbiamo deciso di intervistare Roberto Gerosa di SocialDaily.it, social media manager che cura progetti per aziende e privati. Nel tempo libero organizza corsi di formazione sempre sul social media marketing. Per questo è la persona giusta per approfondire l’argomento, non credi? Allora, iniziamo dalla domanda più difficile (secondo me).

Cosa significa per te fare social media marketing?

Adottare strategie e creare contenuti senza l’ossessione della vendita a breve termine. Far capire ai clienti che un tono autoreferenziale e promozionale non porta a un bel niente. Significa aggiornarsi in continuazione sulle ultime novità dal mondo dei social media ed evitare la fine di certe agenzie di comunicazione e marketing, attaccate a vecchi schemi comunicativi e ferme agli anni ’90.

L’influencer marketing è un elemento decisivo?

L’influencer marketing a mio avviso non è decisivo per tutte le aziende, per tutti i settori. Vorrei spiegarmi meglio, prima di “urtare” la sensibilità del mio caro amico Matteo Pogliani, esperto di influencer marketing.

Ho diversi clienti nella PMI. Certi settori sono talmente dormienti dal punto di vista del social media marketing che individuare e coltivare una strategia di influencer marketing rischia di essere un dispendio di risorse ed energie poco efficaci. Non è per fare i soliti discorsi pessimisti ed esterofili sul fatto che in Italia siamo indietro su tutto rispetto agli altri paesi occidentali.

Quotidianamente mi accorgo del gap enorme che si sta creando tra chi vuole restare aggiornato e chi invece continua a comportarsi come sempre ha fatto, nonostante sia evidente che siano comportamenti sterili e controproducenti.

Blogging: la soluzione per conquistare il web?

Amo il blogging, ho iniziato a bloggare dal 2000, ho dedicato una tesi di laurea al blogging nel 2006. Insomma, sono di parte. Tuttavia confesso che nemmeno io credevo si potessero raggiungere risultati così straordinari con una strategia di blogging e inbound marketing. Ovviamente accompagnata da conoscenze di SEO, comment marketing, strategie di condivisione sui social, ecc.

Ti racconto un aneddoto. Durante un colloquio per un possibile cliente, mi sono sentito dire che anche uno stagista, un “ragazzetto” (testuali parole) può fare questo lavoro (blogging, inbound marketing, social media manager) tra una fotocopia e l’altra.

Il punto è che se non si conoscono le strategie citate poco sopra e in certi casi, ahimè, se non si conosce persino l’italiano, puoi fare tutto l’inbound marketing che vuoi, ma non solo il web non lo conquisti, rischi anche di collezionare solo “figure da fotocopiatrice”.

Perché oggi tutti parlano di Storytelling?

Tra i tanti inglesismi che stiamo introducendo nel nostro povero italiano, questo è quello che più mi fa sorridere! Non fraintendermi, rispetto lo storytelling, la considero una strategia di marketing affascinante e tutta da studiare.

Ma proprio noi italiani, caratterizzati da una innata propensione al raccontare storie (i più bravi li premiamo come Presidenti del Consiglio), dobbiamo adottare la parola “storytelling” per indicare una pratica che facciamo da sempre? Da nord a sud l’arte di suscitare emozioni mentre raccontiamo storie non ci manca. Lo Storytelling, come sappiamo, va a braccetto con le emozioni, io lo chiamerei “emotiontelling”.

Oggi tutti ne parlano perché in un momento storico in cui i mercati sembrano saturi, in cui vendere è sempre più difficile, le emozioni diventano fondamentali nella decisione di acquisto di un prodotto o di un servizio. La mia speranza è che lo storytelling venga scoperto e adottato da tutte quelle aziende che ancora campeggiano nei loro siti istituzionali l’espressione: “la nostra azienda è leader di mercato”. Anche se un’emozione me la suscita questo modo di presentarsi: tristezza, tanta tristezza.

Possibile unire tutto questo senza strategia?

No non è possibile. Strategia, obiettivi, organizzazione, disciplina e responsabilità, sono i pilastri sui quali lavorare, lavorare duro, per ottenere risultati. Tuttavia ho riscontrato più volte che un’ossessione verso la strategia rischia di annullare spontaneità e sana improvvisazione. Il rischio è quello di appiattirsi, di assumere atteggiamenti scontati e falsi. Consiglio spesso nei miei corsi di creare strategie per poi non osservarle del tutto.

Bisogna lasciare spazio a quella che ho definito sana improvvisazione per spezzare gli schemi, ascoltare il cuore e l’istinto, meno il cervello. Nel mio lavoro mi scontro spesso con chi è o si ritiene strategico.

Ho partecipato a progetti e a eventi che a breve termine non portavano a nessun risultato ma che con il tempo si sono trasformati in splendide collaborazioni professionali. Viviamo in un paese che mette al centro le relazioni personali. Nel bene e, ahimè, nel male. Per questo avere competenze relazionali fa la differenza anche per le strategie digital.

Scrittura e content marketing: c’è spazio anche per altro?

Questo è l’anno dei video. Di solito leggiamo questa frase sui social ogni anno, tra dicembre e gennaio. Credo che ci debba essere spazio per il visual. Ovvero per video, immagini, infografiche. Questa tendenza al visual è confermata anche dall’invasione delle emoji nel web writing.

Ormai siamo un villaggio globale visivo, con i nostri poveri occhi incollati sugli schermi, dallo smartphone al tablet, passando per portatili e, in futuro, visori per la realtà virtuale. Scrittura e content marketing devono tenere conto di questi cambiamenti. Mica vorranno fare la fine delle agenzie di comunicazione che ho descritto poco sopra?

Un consiglio che cambierà la vita del lettore

Se il lettore vuole fare o sta già facendo un lavoro nella comunicazione digitale, metto in cima tra i consigli quello di leggere blog del settore. Blog italiani e, se si mastica bene l’inglese, blog americani. Questi ultimi vanno seguiti perché solitamente informano prima, rispetto a quelli italiani, sulle novità relative alla comunicazione digital. È anche un’occasione per tenere allenato l’inglese.

Altri consigli? Frequentare corsi di aggiornamento, partecipare a eventi, iscriversi a webinar, non pensare mai di sapere tutto su un argomento. E poi altri consigli che valgono non solo per la sfera professionale ma in generale per la vita. Avere pazienza, non credere di ottenere risultati nel giro di poche settimane.

Meditare, passeggiare, staccare la spina da monitor e tastiere. Vedere film, alzarsi la mattina presto, circondarsi di persone che stimi e che ti stimano. Tengo per ultimo un consiglio valido per il nostro lavoro sui social e sul web: leggere, leggere, leggere. Ma non solo i post sui social eh… intendo libri. Di carta o in formato ebook, ma libri.

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

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