Lavorare con il personal coach online: intervista ad Anna Fata

Lavorare con il personal coach online: intervista ad Anna Fata

Anna Fata

Anna Fata è Coach e Psicologa, Web Content Editor & Personal Branding Specialist. Online dal 1998, si occupa di salute, benessere delle persone e delle aziende con un approccio olistico, che comprende un approccio congiunto su mente, corpo, spirito, ambiente. Tiene corsi, consulenze, ha pubblicato 11 libri tra i più recenti: #Mywebidentity – Aspetti psicosociologici dell’identità online, Lo Zen e l’arte di cucinare, Amore Zen, La vita professionale e la pratica meditativa, Vivere e lavorare meglio, Cosa ho imparato dalla vita, Gli aspetti psicologici della formazione a distanza.

[Total: 0 Average: 0]
Personal coach, cosa significa esattamente? Difficile dirlo, oggi c’è molta confusione sull’argomento. Qual è il ruolo di questa figura? Perché ne abbiamo bisogno? E, soprattutto, come si interfaccia questa realtà con il mondo del social media marketing? Tutte queste domande meritano una risposta.

Sai cosa penso? Quando vuoi delle soluzioni chiare devi interrogare le persone che lavorano ogni giorno in un settore. Perché solo così puoi avere una conoscenza concreta dell’argomento. Chi si sporca le mani con un tema ne comprende le evoluzioni. Ed è capace di spiegare al pubblico cosa, come e perché. Oggi ci concentriamo sul rapporto tra personal coach, lavoro e web. Per questo abbiamo intervistato Anna Fata.

Chi sei e di cosa ti occupi?

Sono Anna Fata, Coach e Psicologa, Web Content Editor e Personal Branding Specialist (ecco la mia pagina Facebook). Professioni all’apparenza diverse le prime molto sociali – vis a vis, silenziose, basate sull’ascolto, per certi versi una sorta di “sparire” col proprio ego di fronte al paziente – le altre tecno mediate, in ampia parte.

In realtà non sono poi tanto differenti dalle prime. Si crede che siano fredde, distaccate, distanti solo perché mediate da un monitor, o ego centrate perché implicano un mettersi per forza di cose in vista.

Assolutamente no. Nello specifico mi rivolgo a target in ampia parte legati a psicologia, salute, benessere, alimentazione, declinate nella vita privata e professionale, ma sono sempre più convinta dalla pratica quotidiana che prima di scrivere o fare consulenze si debba ascoltare, osservare, leggere, studiare. A ben vedere, scrivere è solo la minima e ultima parte di un processo più ampio.

Racconta ai lettori come hai iniziato

Questa domanda richiederebbe fiumi d’inchiostro per avere una risposta esauriente. Forse è per questo che ho scritto il libro “Cosa ho imparato dalla Vita”, un percorso di vita e di lavoro con riflessioni che ho ritenuto potessero utili per comprendere quel che ci accade nella nostra esistenza. E magari assumere la giusta disposizione interiore per esserne arricchiti.

Ho iniziato il mio percorso interiore all’età di 8 anni, quando andavo a leggere i libri di psicologia che mio padre nascondeva nella sua libreria. Volevo capire, comprendere, avevo sete di conoscenza, avevo bisogno di risposte, di quel nutrimento che solo dei libri potevano e possono dare.

Eppure non mi bastava. Ho sempre avuto un istinto innato ad ascoltare le persone, le storie, le vite, le esperienze. Mi attraevano, allora così oggi ,le persone avanti con gli anni, proprio per quel bagaglio esistenziale che si incarna nella loro pelle, tra le rughe, nel cuore, nella mente, nella pancia.

Il tuo rapporto con la scrittura?

Ho sempre scritto lettere (la corrispondenza più lunga che ebbi fu con una amica conosciuta a Londra che durò per 17 anni), pensieri, riflessioni. E poi in seguito articoli, libri. È per me un atto fisiologico. Senza mi mancherebbe l’aria. Da lì è stato naturale mettere le mie competenze a disposizione del prossimo, ovviamente dopo una lunga formazione. Perché il talento aiuta nelle cose, ma poi va coltivato.

Un aneddoto dalla tua attività online?

Sono online dal 1998. I social network erano un miraggio e le uniche forme di scambio con le altre persone erano i forum, le mail, i canali Irc. Nonostante ciò avvertivo un calore, una vicinanza, una disponibilità che oggi non sempre percepisco. Forse ci siamo “abituati” a queste modalità comunicative, forse ne siamo talmente invasi che non riusciamo più a gestirle (e talvolta finiamo col l’essere gestiti da esse).

Per me fu un amore a prima vista. Ci vedevo immense potenzialità: poter navigare nel mondo con un click, intervistare professori universitari, accedere a contenuti inimmaginabili: era un paradiso.

Fui una dei primissimi psicologi online. I miei interessi allora vertevano in parte sul fronte patologico – per questo creai un intero sito sulla “Internet dipendenza”, allora molto diffusa in America – in parte sulla prevenzione e sul benessere. Oggi mi sento più in linea con questo secondo fronte: potenziare le proprie risorse quando si sta bene, per vivere meglio sia il presente, sia eventuali sfide faticose nel futuro.

Meglio lavorare come freelance o in azienda?

Credo che non esista una risposta valida in assoluto. Dipende dalla personalità di ciascuno di noi, dagli obiettivi di lavoro, di vita, dal contesto in cui si vive, dalle circostanze storiche ed economiche.

C’è chi preferisce lavorare secondo tempi, modi, contenuti definiti da altri; c’è chi ama la famosa “sicurezza”, o presunta tale, della fine mese dello stipendio; c’è chi preferisce la libertà di auto gestire il suo lavoro, chi è capace di organizzarsi al meglio, chi ha idee ben precise sul suo futuro, chi meno.

Non sempre, in Italia soprattutto, si riesce a trovare un posto di lavoro fisso. Magari con uno stipendio per fronteggiare le necessità quotidiane, in linea con le proprie inclinazioni, interessi, studi capace di realizzarci come esseri umani. Oltre che come professionisti. Per questo, magari, oggi più che mai si cerca di perseguire la strada della libera professione, da subito, o dopo un periodo fisso in azienda.

Pro e contro delle situazioni lavorative?

Da valutare e ponderare con la massima attenzione. A volte è anche necessario sperimentare, mettersi alla prova in ambo le situazioni, per comprendere in quale ci si trova meglio. Non è sempre detto che quel che si osserva dall’esterno si rivela tale anche quando lo si vive in prima persona.

Magari ci può attrarre la libera professione, ma questa è molto più complessa di come ce la si immagina: occorre re-inventarsi ogni mattina, accanto alle mansioni di routine occorre una inclinazione multitasking formidabile (ci si deve occupare di tutto, o delegarlo a dei collaboratori), una personalità molto forte, determinata, capace di resistere alle frustrazioni, di motivarsi di continuo, ben organizzata e molto altro.

Quel che posso suggerire è: mettetevi alla prova e scegliete! E non considerate mai definitive le vostre scelte. Non ci sono sbagli, ma esperienze. L’importante è coglierne il senso e la lezione, di vita e di lavoro.

Personal Coach: mi dai una definizione?

Il Coaching è un processo attraverso il quale si aiutano le persone e i gruppi a raggiungere il massimo livello delle proprie capacità di performance. Promuove consapevolezza, responsabilità, motivazione, stimola la piena espressione delle proprie potenzialità, in funzione di obiettivi concreti da raggiungere.

Adotto un approccio “olistico”, che considera ogni aspetto della persona, in relazione al tutto. Si basa su un modello che opera su mente, corpo, spirito. Sul piano corporeo il coach lavora con quel che funziona del coachee (cioè il suo cliente) del suo mondo fisico e che sta accadendo nel suo ambiente.

Sul piano mentale si adopera per facilitare il processo di svelamento delle convinzioni responsabili delle manifestazioni fisiche di quel che sta accadendo nella vita, e per creare e incorporare nuovi pensieri e azioni che sono allineate con gli obiettivi e i desideri.

Sul piano spirituale si assiste il coachee nello sviluppare la consapevolezza della connessione con il trascendente e sviluppare pratiche spirituali adatte al suo credo o religione, per trasformare le condizioni esistenti e le esperienze di vita.

Il coaching può essere per tutti coloro che desiderano essere consapevoli e applicare nel migliore dei modi le proprie potenzialità, per conseguire gli obiettivi che più stanno a cuore, al fine di vivere una vita più autentica, piena, soddisfacente e incarnando la propria natura più profonda.

Il coaching si può applicare in diversi ambiti di vita?

Certo. Il life coaching aiuta le persone a migliorare la vita con un percorso evolutivo, si basa sul riconoscimento, l’impiego di potenzialità per raggiungere obiettivi personali. Il business/corporate coaching, invece, lavora con professionisti e imprenditori per raggiungere performance migliori e successo attraverso il conseguimento di obiettivi specifici, lo sviluppo della leadership, la gestione del tempo, l’organizzazione, il public speaking, la relazione.

Poi si parla di sport coaching che fornisce a sportivi e squadre allentamento mentale che, abbinati a quello fisico, li stimola a vincere, lavorando su autoconsapevolezza psicofisica, gestione dello stress L’executive coaching si rivolge ai vertici aziendali, che vengono affiancati per conseguire obiettivi, tramite lo sviluppo del potenziale, la leadership, la delega, il team building, i processi decisionali, le fasi critiche.

Non è finita. Il team coaching si usa per ottenere maggiore collaborazione in squadre aziendali, migliori capacità relazionali, definizione di obiettivi, identità, cambiamenti organizzativi, risoluzione conflitti, gestione piani di sviluppo, creazione nuovi progetti. Poi c’è il career coaching: serve per supportare le persone per la crescita professionale, lavorando su talenti, autostima, fiducia, capacità relazionali, per il cambiamento e miglioramento professionale o per l’ingresso nel mondo del lavoro.

Le persone possono vivere meglio attraverso il web?

Il Web è uno strumento e può essere utilizzato per finalità costruttive oppure distruttive, per sé e/o per il prossimo. Sta a noi essere consapevoli dell’uso che ne facciamo e scegliere se è necessario cambiare il nostro approccio oppure mantenere quello che stiamo adottando.

Non credo ci sia un uso giusto o sbagliato, sano o insano in assoluto. Ciascuno ha la sua personalità, le sue abitudini, il suo stile. Quel che è buono, costruttivo, sano per una persona può non esserlo per un’altra. Oppure può non esserlo più per la stessa persona che attraversa un periodo di vita diverso.

Credo che il metro di giudizio sia molto interiore e personale: come mi sento quando sono nel web? Come mi sento prima di accedervi? E dopo? E nel resto del tempo in cui vi sono lontano? E quando, per qualche motivo, sono impossibilitato ad accedervi?

Sul piano più contenutistico e razionale, in merito ai contenuti che si veicolano e con cui si impatta credo sia fondamentale un processo di educazione che sarebbe auspicabile iniziasse fin da bambini, con la supervisione dei genitori e/o di esperti che sappiano fornire i criteri per distinguere il vero dal falso, il lecito dall’illecito e per difendersi da eventuali intenzioni malevole del prossimo.

Un bambino consapevole, educato, rispettoso dell’ambiente in cui può contribuire è la base per un adulto con un atteggiamento costruttivo, rispettoso e arricchente di un contesto che a tutti gli effetti è costituto da persone. Esattamente come accade vis a vis.

Perché scrivere un libro su meditazione e lavoro?

Ho scritto molto in merito alla meditazione. Mi sono dedicata in particolare agli aspetti applicativi di questa pratica spirituale, per certi versi a completamento della cura degli aspetti psicologici, emozionali, mentali e fisici che rientrano nel più ampio spettro del benessere. Questo inteso come armonia di tutte le parti che ci compongono, nonché con la sintonia con l’ambiente che ci circonda.

La meditazione è una disposizione interiore, uno stato che risulta difficile da descrivere. È il silenzio della mente, l’assenza dell’ego, del giudizio. L’apertura all’accettazione, alla compassione, al perdono, all’amore.

Lo stato meditativo si rinnova istante per istante. Non si può mai credere di averlo raggiunto una volta per tutte. Si coltiva con lo studio delle scritture, la pratica meditativa vera e propria, e con la declinazione di tutto questo nella quotidianità. Studiare, ritirarsi negli eremi o nei deserti in sé e per sé serve relativamente a poco se non si sostanzia tutto questo nella vita di ogni giorni, compreso il lavoro.

Ecco da dove nascono libri come “Amore Zen” sulle relazioni affettive, “Lo Zen e l’arte di cucinare” sulla consapevolezza in cucina, “La vita professionale e la pratica meditativa” in cui la meditazione si incarna nelle relazioni coi colleghi, nei viaggi di lavoro, nella pausa pranzo in mensa, nelle riunioni tra colleghi.

Ogni occasione è buona per praticare la presenza, l’attenzione, la consapevolezza, l’assenza di giudizio, l’accettazione. Tutto relativamente semplice a parole, molto meno nei fatti, specie quando ci si sente sotto pressione, tra scadenze, performance, tagli del personale, bilanci da stilare a fine mese.

Oggi sempre più aziende stanno introducendo la pratica della meditazione, così come dello yoga, tra i benefit dei dipendenti. E i risultati sono notevoli: maggiore attenzione, concentrazione, creatività, produttività, minori incidenti sul lavoro dovuti a distrazione, meno assenteismo per malattie, in quanto le difese immunitarie si rafforzano, meno liti e conflittualità tra colleghi, minore stress, disturbi psicosomatici, maggiore empatia, capacità di ascolto, tolleranza, fiducia, positività.

Sono sempre più convinta che un’azienda in cui si mette al centro l’essere umano, le sue esigenze, il suo potenziale, le relazioni sia la base per una società più sana e costruttiva e finalmente sempre più imprenditori se ne stanno rendendo conto.

Oggi siamo destinati all’infelicità lavorativa?

Mi sento più che positiva anche se siamo in Italia, in cui vi è la preponderanza di aziende medio-piccole, spesso con scarse risorse per pagare consulenti per il benessere. Ma soprattutto con una mentalità molto retrograda, ancorata agli anni in cui si credeva che era sufficiente produrre e basta. Un buon prodotto si vende da sé, ai dipendenti bastava dare un discreto stipendio. Oggi dal lavoro chiediamo di più.

Oggi nel lavoro non chiediamo più, come è ovvio, una risorsa economica che ci possa garantire una sopravvivenza dignitosa, e magari anche qualcosa di più. Chiediamo soprattutto che ci possa fare sentire esseri umani unici, preziosi, valorizzati, realizzati, come persone, oltre che come professionisti.

Tra viaggio per raggiungere il luogo di lavoro e lavoro stesso, trascorriamo circa la metà della giornata in questo contesto. Oggi le moderne tecnologie hanno delocalizzato il lavoro stesso e finiamo col portarcelo anche a casa, nei giorni di festa. Magari siamo sottilmente in obbligo a garantire la reperibilità, per non perdere il cliente importante se siamo liberi professionisti. O il posto di lavoro se siamo dipendenti.

Ritengo che se ciascuno lavorasse sulla propria consapevolezza si potrebbe iniziare a creare. Qualche prodromo in questa direzione si ravvisa: esistono aziende – ma soprattutto imprenditori che amo definire illuminati, come Brunello Cucinelli – che puntano molto sul fattore umano, Un esempio: i Fratelli Branca Distillerie coltivano il benessere dei dipendenti con varie iniziative tra le quali offrendo corsi yoga.

Quanto più cresce l’informazione in tal senso, quanto più si effettuano e si pubblicano ricerche scientifiche, con numeri e dati ben precisi alla mano sui benefici umani, professionali e produttivi sugli interventi volti al benessere, tanto più questa cultura riuscirà a diventare di dominio comune. Ma soprattutto richiesta e adottata da un numero sempre più ampio di realtà professionali.

Un consiglio che cambierà la vita del lettore

A dispetto del mio cognome, non ho mai avuto “pozioni magiche”. Quel che so e sento quotidianamente è che ciascuno di noi, chi più, chi meno, segretamente, forse, le desidera. In realtà, la mia ricetta magica, che vi offro è proprio questa:

  1. Non credere a chi ti promette una vita (o un lavoro) facile, nella vita ogni cosa si conquista con fatica, tempo e impegno (ma anche un pizzico di buona casualità).
  2. Se hai un desiderio che ti sorge dal cuore, fai di tutto per realizzarlo.
  3. Se hai talento in qualcosa coltivalo: il successo nasce (anche) da questo.
  4. Non sempre la scelta più logica e razionale è la più giusta, così come non sempre lo è quella più intuitiva o emozionale, a volte si tratta di fare un mix tra le due.
  5. Creati sempre delle priorità  e focalizzati su queste: nella vita non abbiamo risorse infinite.
  6. I valori, l’onestà, il rispetto, l’etica contano, ancora oggi, anzi, forse anche di più.
  7. Gli strumenti tecnologici, i social network, il Web sono ottime risorse, ma non crederti che il “mondo” si esaurisca lì dentro, ricordati che c’è un mondo non filtrato da alcuno schermo.
  8. Preferisci avere ragione o amare? Poniti questa domanda ogni volta in cui inizi una lotta di potere.
  9. Se non trovi lavoro, lo perdi, non ti piace quello che hai osserva i tuoi talenti, le richieste del mercato, i bisogni irrisolti delle persone, lì trovi le tue risposte.
  10. Gli affetti contano, se ancora non l’hai capito ora, forse un giorno, da grande, lo capirai. E io ti auguro di cuore che questo giorno arrivi presto.

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

More PostsWebsite

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedInPinterestGoogle Plus

Submit a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *