Netflix: le caratteristiche di un grande native advertising

Netflix: le caratteristiche di un grande native advertising
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Quando si parla di native advertising si tende sempre a giudicare, spesso in modo frettoloso, il concetto stesso che circonda questa strategia. Native advertising, per molti, diventa sinonimo di pubblicità mascherata da contenuto, e quindi di messaggio da bypassare un po’ come si fa con i banner.

Certo, quando il native advertising viene rilegato nell’ultimo angolo della content strategy – con un fondo risorse minimo – può trasformarsi in un surrogato del banner. O in qualcosa di peggio. Magari in un article marketing, in un redazionale, in un comunicato stampa.

Ok, forse sto esagerando. Ma la deriva può essere pericolosa perché questo è uno dei principali punti deboli del concetto di native advertising. Ovvero un tipo di pubblicità che prende la forma e l’aspetto del contenuto pubblicato sulla piattaforma, e che appare perfettamente riconoscibile.

I critici di questo approccio hanno posizioni chiare: chi fa native advertising spaccia contenuti promozionali, e le persone non cliccano sui contenuti sponsorizzati perché sono palesemente di parte. Ecco una concezione errata di native advertising perché questa – molto semplicemente – è qualcosa di diverso. Non è native advertising. Non segue l’approccio tipico di una strategia che tende ad attirare le persone verso un contenuto creato da un’azienda, ma che si inserisce nel concetto di inbound marketing.

Ovvero sfrutta la leva dei contenuti di qualità per raggiungere potenziali clienti. Parlare oggi di inbound marketing vuol dire aprire le porte a una delle soluzioni più efficaci: le persone hanno tutte le difese necessarie per ignorare il messaggio pubblicitario diretto, per ignorare le spinte dell’outbound marketing. Ricorda che le persone non vogliono essere distratte mentre navigano (fonte).

Netflix native advertising

Creo contenuti di qualità (diversificati in base al target) e attiro persone sul mio blog, sul mio sito internet. Qui tutto è pronto per fidelizzare, per fare lead generation e per convertire. Il native advertising si inserisce in questo meccanismo perché punta a far conoscere il nome di un’azienda o di un prodotto o di un servizio attraverso quello che possiamo definire un contenuto di qualità.

L’esempio Netflix

Ecco, questo è il punto di discussione: i contenuti di qualità. Facile pronunciare queste parole, ancora più facile scriverle. Ma cosa significa veramente? Basta scrivere bene? Basta pubblicare un articolo con belle immagini? Bassa avere un minimo di sale in zucca? Facendo un po’ di ricerche ho incontrato Netflix. E ti dico che questo è il mio contenuto di qualità da associare al native advertising.

Netflix: le caratteristiche di un grande native advertising

Netflix ha pubblicato un contenuto su Wired. Questo articolo (è ingiusto definirlo così ma per ora va bene) è stato firmato dall’antropologo Grant McCracken. Vogliamo analizzarlo? Ti lascio i punti che mi hanno colpito:

  • Massima trasparenza – Un banner in evidenza: sponsored content. E tanto basta. La pubblicità legata al native advertising viene etichettata come ingannevole. In questo caso si taglia la testa al toro nei primi 2 secondi.
  • Linearità – Netflix, azienda che si occupa di noleggio DVD e videogiochi via Internet pubblica su Wired un articolo dedicato al come la tecnologia sta cambiando la pubblicità. Non c’è discrepanza, non c’è frizione. Non è un salumiere che vuole pubblicare su una rivista per vegetariani un articolo dedicato alla pancetta affumicata.
  • Visual – Cioè, ti rendi conto? Non stiamo parlando di belle immagini ma di una cura maniacale per il design, per l’impaginazione, per il modo in cui i dati vengono raccontati e messi a disposizione dell’utente. Non si tratta semplicemente di creare un grafico ma di pensare a una struttura dedicata.
  • Interazione – Molta attenzione è riservata all’interazione con l’utente. C’è il sondaggio che appare dopo il tuo click, c’è il video a schermo pieno, c’è l’audio da ascoltare che viene impreziosito dal grafico in continua evoluzione, c’è la timeline. Il tutto in linea con le esigenze grafiche.

Inutile dilungarsi sulla qualità dei contenuti, su quella dei dati proposti nel post. Questi sono elementi chiari, ma quello che stupisce è l’attenzione per i dettagli: quello che lascia a bocca aperta è la qualità della presentazione dei contenuti. Quindi la prossima volta che cerchi spunti utili per creare una buona campagna di native advertising ricordati di questo post.

Sei d’accordo?

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

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