Native Advertising nel 2016: la situazione per i publisher

Native Advertising nel 2016: la situazione per i publisher
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Trend positivi per il native advertising. Negli ultimi dati pubblicati su MediaBuzz è emersa una situazione interessante: si prospetta un aumento del 156% entro il 2020 con una particolare attenzione rivolta verso il mobile (ecco cosa ci aspetta nei prossimi mesi). Una sintesi di tutto questo? È un settore in crescita generale, la soluzione migliore al progressivo aumento dell’AdBlock e all’indifferenza nei confronti della pubblicità tradizionale.

C’è grande fiducia nei confronti del native advertising, non solo da parte degli investitori ma anche sul versante dei publisher. Qualche dato concreto? Il Native Advertising Institute, in collaborazione con il FIPP, ha intervistato 140 dirigenti editoriali provenienti da 39 paesi di tutto il mondo e ha chiesto di condividere la propria opinione.

Argomento? Il native advertising in tutte le sue salse. In particolar modo come ha influenzato il business dell’editoria e quale sarà il suo impatto nel prossimo futuro. I risultati completi del sondaggio possono essere scaricati dalla pagina nativeadvertisinginstitute.com. Grazie all’Huffington Post, però, ho individuato qualche numero interessante.

Il prezzo del native advertising

Il primo punto da affrontare in questa sede: qual è la differenza di prezzo tra native advertising e pubblicità tradizionale? Non è una sorpresa se la maggior parte degli intervistati propone un valore superiore alla prima soluzione. Il native advertising, infatti, se confezionato nel modo giusto non dovrebbe avere prestazioni differenti rispetto a un testo redazionale.

guadagni native advertising

I dati messi in evidenza dal WSJ sono chiari su questo punto: “Readers of the New York Times are spending roughly the same amount of time on advertiser-sponsored posts as on news stories”, i lettori del New York Times spendono lo stesso tempo sugli articoli sponsorizzati e sui contenuti del calendario editoriale.

Quanto influisce il native advertising?

Secondo dato interessante della ricerca: qual è la percentuale di introiti legata al native advertising nel 2015? Ovvero, in che modo questo prodotto influenza le entrate dei publisher?

Il grafico è indicativo: il 49% delle persone chiamate in causa incassa il 10% grazie a questa metodologia. D’altro canto solo l’1% confida nel native advertising e il 19% arriva al 20% degli incassi.

Native Advertising

Dei risultati ancora altalenanti ma che lasciano ben sperare. Per il 2018 la situazione dovrebbe migliorare. Guarda il grafico in basso: è previsto un aumento degli editori che puntano al 20% degli guadagni basati sul native advertising, con un picco interessante su quelli che lavorano al 30%. In un’ottica di differenziazione delle entrate è un dato positivo, non credi?

Native Advertising nel 2016

Tutto questo combacia con le previsioni che annunciano un’accelerata del settore native advertising, soprattutto nel mobile, a causa di una serie di fattori che da tempo influenzano il comportamento delle persone in rete. Come l’uso di AdBlock e la banner blindness (indifferenza nei confronti dei banner).

Da leggere: il futuro del mobile è nel native advertising

Native advertising, una grande occasione?

Il valore del native advertising? Per la maggior parte degli editori sono i contenuti scritti, ma anche per uno storytelling capace di articolarsi tra media e piattaforme differenti. Certo, difficile abbandonare il testo scritto: a volte coincide, erroneamente, con l’idea di content marketing. L’attenzione per i video, però, lascia trapelare fiducia verso lidi differenti.

contenuti

Come vengono presentati questi contenuti? C’è rispetto e tutela del lettore? Sai bene che il native advertising deve essere pubblicato come tale, con un’etichetta chiara per certificare la natura del contenuto. Mai tradire la fiducia del pubblico, questo è il principio di ogni campagna.

Native Advertising

Interessante notare che il 52% dei contenuti viene proposto come Sponsored Content, il 24% si presenta in modo differente e l’11% non ha alcuna etichetta di riconoscimento. Non è questo il modo giusto per affrontare il tema del native advertising: come ho detto prima, deve esserci sempre una soluzione per informare il lettore.

Da leggere: la pubblicità sul web copre il 26,5% degli investimenti

Native advertising e publisher: la tua opinione

Un buon lavoro di native advertising si iscrive nell’universo del content marketing ed è a favore della prospettiva inbound: sfruttare pubblicazioni – di varia natura e in diverse realtà – per intercettare le esigenze del pubblico. Quindi l’advertising perde i tratti invadenti e diventa contenuto utile, in questo modo le aziende non devono presentarsi: vengono cercate e trovate.

La situazione è favorevole per i publisher. Guadagni a parte – che come suggeriscono gli studi sono in ascesa – il native advertising rappresenta un modello sostenibile: una soluzione per aumentare gli introiti senza rischiare la fedeltà del pubblico: non devi ingannare il lettore e costringerlo a cliccare su un banner decontestualizzato, inserito solo per guadagnare.

Native advertising è contenuto in linea con le esigenze editoriali. Non c’è un lavoro SEO diretto, il link viene inserito con il nofollow, nel frattempo il vantaggio è reciproco: l’azienda punta sul brand, risponde alle domande del cliente su una piattaforma legata a un determinato pubblico.

Il publisher, invece, alimenta un modello basato su articoli degni di questo nome. Ti sembra una buona soluzione? Questi dati, secondo te, sono validi per il mercato italiano? Lascia la tua idea nei commenti.

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

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4 Comments

  1. Siamo ancora indietro su questo come su altri fronti, qui in Italia. Parlo perlomeno del Nord-Est, della natura delle PMI che vi risiedono, con una mentalità ancora poco aperta al web (anche se vivono di Web). Pertanto vi sarà una forte resistenza alla novità, ma con un buon lavoro da parte dei consulenti e un po’di dati positivi a livello internazionale, sicuramente questo aspetto guadagnerà fiducia nei prossimi anni.

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    • Ciao Mattia,

      Sono d’accordo con te su entrambi i fronti. Da un lato viviamo in un paese che non segue da vicino il mondo del native advertising, ma è anche vero che le cose si stanno muovendo. Compito anche nostro quello di portare all’attenzione dei clienti determinate soluzioni.

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  2. Ciao, Riccardo!

    Scrivi: “Mai tradire la fiducia del pubblico, questo è il principio di ogni campagna.”.

    Posso sostituire il tuo “è” con “dovrebbe”? Condizionale che mi nasce spontaneo riflettendo sulla comunicazione pubblicitaria in Italia, ho appena pubblicato un video che è un’esortazione al cambiamento. Cambiamento che ci vede in prima fila, anche mettendoci la faccia così:

    https://youtu.be/aUNis_QuNG4

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    • Ciao Gloria,

      Certo che puoi sostituire. In effetti in Italia certe situazioni sono ancora indietro. però io ho notato buoni esempi di native advertising anche sui quotidiani nazionali, sai?

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