Native advertising: come è cambiato in un anno

Native advertising: come è cambiato in un anno
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Parlare di native advertising oggi? Devi puntare l’attenzione su un modo nuovo di fare pubblicità. Un modello che scardina le vecchie logiche dell’interruption marketing, e va a braccetto con l’inbound marketing. Ovvero quell’insieme di tecniche e strategie che puntano a catturare l’attenzione del potenziale cliente e a portarlo sul tuo sito web quando ha bisogno di te.

Native advertising, quindi, come strategia che aggira le difficoltà, che sfugge alla banner blindness e alla morsa di Ad Block. Crescono gli investimenti in questo settore, crescono perché è chiaro il potenziale nascosto dietro un contenuto prodotto seguendo le buone regole di un professionista: non un articolo commerciale, non un semplice comunicato stampa o un article marketing.

Lavorare con il native advertising vuol dire fare un attento lavoro di blogger outreach, individuare i publisher, creare dei contenuti capaci di inserirsi all’interno del calendario editoriale e di soddisfare le esigenze del pubblico. La chiave definitiva del native advertising? La chiarezza, la capacità di presentarsi come contenuto sponsorizzato. La fiducia dei lettori è tutto nel native ads, e se vuoi ottenere grandi risultati non puoi permetterti di perderla.

Native advertising come ultima speranza

Soprattutto per determinate realtà. Prendi come esempio il New York Times: la pubblicità tradizionale scivola, i risultati vengono mancati dalle ultime analisi. Ma ci sono delle speranze: mobile e native advertising. Sul primo punto anche in Italia la tendenza è questa: i dati suggeriscono (secondo la ricerca condotta dal Gruppo Nielsen) 1/4 degli investimenti pubblicitari destinati al mobile per il 2015. E dalle parti del New York Times seguono la tendenza:

The Times‘ chief revenue officer, Meredith Levien, said mobile advertising now makes up about 20% of digital ad revenue, which came in at $36.5 million, or about 10% of overall revenue. (…) Branded content now makes up about 18% of the company’s digital advertising.

Secondo Meredith Levien, responsabile dei processi di revenue aziendali, la pubblicità mobile racchiude il 20% delle entrate pubblicitarie digitali. Circa il 10% del fatturato complessivo. Mentre i branded content rappresentano il 18% della pubblicità digitale. Ecco, il mondo della pubblicità sta cambiando. Anche quello del native advertising. Vuoi altre testimonianze? Ecco quelle chi ho raccolto grazie all’aiuto di digiday.com.

Da leggere: perché passare al native advertising?

Andare oltre le visite

Secondo Ann Marinovich, vice presidente del settore pubblicità e strategia di Forbes, il cambiamento più grande riscontrato con il native advertising è legato alla piattaforma BrandVoice. Sto parlando di un sistema che permette ai marketer di entrare in contatto con l’audience della rivista permettendo non solo di creare contenuti, ma anche di partecipare alle conversazioni grazie a una piattaforma che ti permette di creare native advertising attraverso un processo chiaro:

  1. Pianifica
  2. Crea
  3. Pubblica
  4. Raggiungi
  5. Misura

Tutto questo per andare oltre la visualizzazione della pagina. Obiettivo? Non solo aumentare il numero di persone che leggono il contenuto, ma anche e soprattutto capire chi sono quelle persone, che cosa hanno fatto dopo aver letto l’articolo e in che modo hanno interagito con la pubblicazione. C’è un cambiamento in questo settore: le persone sono più attente a come il contenuto viene consumato e non solo al fatto che sia stato consumato.

Questo perché già è stato rischiato troppo a causa di un mercato pubblicitario che ha come unico obiettivo spingere dei contenuti poco interessanti durante la lettura o la visualizzazione di un contenuto. Le persone si informano, cercano dati, vogliono alimentare le proprie emozioni grazie al web. Non vogliono ripetere l’esperienza televisiva dello zapping. E mentre le aziende continuano a vedere il web come un surrogato della televisione, investendo in advertising che interrompe il contenuto, c’è chi decide di trasformare l’advertising in contenuto.

Dietro questa strategia di content marketing non c’è la semplice pubblicazione di un articolo. Già con Netflix abbiamo visto la qualità di certe campagne, e l’attività di Forbes non è da meno: contenuti digital che lasciano trapelare un impegno titanico – con articoli chilometrici che diventano sintesi di audio, video, intrattenimento, testo e dati – ma anche sponsorizzazioni sui social, pubblicazioni sul magazine. Offline e online si incontrano in una grande strategia di native advertising.

Per approfondire: il valore del content marketing per il brand.

Native advertising: secondo te è cambiata?

Queste sono le strategie dei grandi nomi del native advertising. Come Forbes anche il Washington Post ha una piattaforma proprietaria per gestire il native advertising: “WP BrandConnect is a platform that connects advertisers with The Washington Post audience”. Questo settore si sta evolvendo, ci sono grandi cambiamenti in atto e i marketer stanno capendo l’importanza per un brand di un grande contenuto. Per la link earning puoi usare altri metodi, il native advertising ha altri scopi: costruire valore intorno a un brand, renderlo riconoscibile e trasmettere competenza su un argomento.

Qual è la tua opinione su questo argomento? Secondo te il native advertising – un contenuto non invasivo e attento alle esigenze del pubblico – si sta evolvendo anche in Italia? Lascia la tua opinione nei commenti, aiutami ad ampliare l’argomento con la tua idea sul tema native advertising.

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

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