Linguistica e contenuto online: intervista a Ciro Bocchetti

Linguistica e contenuto online: intervista a Ciro Bocchetti

Ciro Bocchetti

Classe ’85. Linguista e Digital Marketing Specialist. Appassionato di musica, cinema, parole e nuove tecnologie. Blogger e traduttore freelance. Comincia nel web come social media editor. Le conoscenze nel marketing digitale le acquisisce grazie all’esperienza, il sudore, gli errori, la formazione e alla fortuna di aver incontrato lungo il percorso dei professionisti che lo hanno ispirato. Vive e gira munito di fotocamera a Napoli, una città che trasuda marketing e creatività. Il blog ospita istantanee scritte delle attività e dei pensieri di un misantropo sociale, contento di vivere a cavallo di due millenni.

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Lavorare con le parole è importante per chi opera nel mondo del web marketing. Il motivo è semplice: le persone comunicano in questo modo, attraverso i contenuti. Anche quelli scritti. Per questo esistono figure specializzate come i copywriter, i blogger e i web writer. Anche i social media specialist operano con i testi, non c’è soluzione di continuità.

Web e parole sono universi strettamente correlati. Ed è per questo che oggi voglio lasciare spazio a un professionista che lavora da sempre con la linguistica. Mettendola poi al servizio del web. Lascio la parola a Ciro Bocchetti con il suo blog, www.asocialman.com.

Chi sei e di cosa ti occupi?

Ciao a tutti, sono felice di essere in compagnia dei lettori di MediaBuzz. Mi chiamo Ciro Bocchetti, sono un linguista e traduttore che si nutre di web marketing a tempo pieno. Sono la risorsa principale di Zerodonto e dello studio dentistico Cozzolino, due importanti realtà odontoiatriche all’avanguardia dal punto di vista della comunicazione online.

Il lavoro in azienda mi prende la maggior parte del tempo dal momento che mi occupo di pianificazione strategica dell’advertising, brand awareness e reputation, community management, relazioni internazionali e tutto ciò che compete a un digital marketing specialist con l’attitudine per l’organizzazione.

Collaboro con diverse agenzie web e freelance: in questi casi le mie attività variano dalla traduzione/localizzazione di siti web al blogging, fino alla gestione dei social finalizzata alla brand reputation e all’advertising.

Racconta ai lettori come hai iniziato

Il mio è un percorso un po’ contorto. Dopo la laurea in linguistica e traduzione specialistica non mi sarebbe dispiaciuto proseguire la carriera accademica, ma mi è stato sconsigliato da troppe persone, compresi gli accademici stessi.

Ho quindi rivolto la mia attenzione a ciò con cui mi veniva più spontaneo e facile relazionarmi: la comunicazione online. Mi sono sempre interfacciato col web e i social media e ho cominciato da adolescente a sviluppare le mie internet skill. Le capacità decisionali, la predisposizione all’organizzazione e l’abilità di lavorare in maniera indipendente hanno fatto il resto. Ho quindi sempre scritto online. Cercare di trasformare il tutto in un lavoro è stato abbastanza naturale.

Poi qualcuno (l’ormai amico Dr. Fabio Cozzolino) ha creduto in me durante un soddisfacente colloquio di lavoro e ha deciso di assumermi. Ormai sono ben più di due anni che faccio squadra con diverse persone. Io, in qualità di risorsa interna, ho l’onore di avvalermi dell’aiuto di consulenti che stimo e a cui rubo conoscenza come una spugna secca assorbirebbe acqua.

Meglio lavorare come freelance o in azienda?

Visto che faccio entrambe le cose questa è una domanda pertinente. E non prevede per nulla una risposta semplice. Tutti coloro che hanno scelto una strada tra le due motivano la propria decisione propendendo chiaramente per un’opzione o l’altra. Io non sarei così drastico.

Dell’attività freelance amo in primis la varietà di opportunità lavorative che ti offre. Il confrontarsi con ambiti, progetti e persone differenti è l’elemento che più di ogni altro ti permette di crescere nel mercato del lavoro. È come viaggiare, vedi sempre qualcosa di diverso e il diverso è confronto. E il confronto è maturazione. Inoltre apprezzo la libertà che l’autodeterminazione dei tempi e dei metodi ti offre.

Non amo l’instabilità economica, i commercialisti e quell’aria tesa e decisa con cui i freelance puri dicono che non tornerebbero mai indietro: mi puzza! Serve molto più metodo di ciò che si immagini e, per quanto tu possa farlo in veranda o in mutande, la pianificazione del lavoro non differisce molto da quella di un dipendente. Com’è quell’altro luogo comune? Alla fine poi i liberi professionisti lavorano molto di più dei dipendenti. E forse un fondo di verità c’è anche in questo.

Il lavoro in azienda (o in agenzia) d’altro canto non è da tutti. Bisogna avere delle ottime capacità relazionali per vedere tutti i giorni sempre le stesse facce e dover fare parte di una gerarchia lavorativa.

Scherzi a parte, il mio è un caso particolare perché la realtà per cui lavoro è pur sempre una realtà piccola e in definitiva i report li faccio a me stesso e ai consulenti esterni. La predisposizione per il lavoro di squadra e la capacità di gestire lo stress, però, sono un must-have.

Quindi, combinazione ideale?

Praticamente la fusione delle due cose al momento sembra la soluzione più conveniente per me. La stabilità economica del lavoro in ufficio e la varietà offerta dagli impegni come freelance sono dei tasselli che insieme completano il quadro della mia professione.

Probabilmente se lavorassi in un’altra realtà o avessi incontrato clienti differenti (da freelance) la penserei diversamente. Intanto non riesco a immaginarmi in una realtà molto diversa da questa. Unico neo: stacchi dall’ufficio e torni a casa a lavorare… Ma perché da freelance no?

Asocialman, un nome strano per un blog

Qua si stuzzica il mio amore per il lessico. Asocialman è un gioco di parole, perché permette una duplice interpretazione. Asocial man è il misantropo che sonnecchia in me (ma che non traspare quasi mai).

Praticamente tutti quelli che mi hanno incontrato dal vivo mi conoscono come colui che, almeno nei giorni buoni, mi rappresenta meglio: a social man. Ecco spiegata la strana origine del nome. Un divertissement lessicale che racchiude in un nome strano i social, le relazioni e la linguistica.

Asocialman. Quindi non è un caso che mi ritrovi quotidianamente ore ed ore a passeggiare sui social network, volente o nolente. A proposito, il mio profilo Facebook è probabilmente il canale più sincero per conoscermi fuori dalla vita materica. Per approfondire la risposta, aggiungerei che i social media – che hanno significato una vera rivoluzione nel mondo del Web – sono voluti entrare di diritto nel mio blog.

Contenuti e blogging, la soluzione per conquistare il web?

Ne sono convinto. Vale per la mia esperienza personale e per tutti i progetti che mi è capitato di seguire. Il contenuto non sarà the King (pare non vada più di moda) ma di certo si configura come una pedina fondamentale nell’economia della presenza online.

Il blogging, soprattutto se accompagnato da una strategia social costante e coerente può intercettare le personas di riferimento, essere semplicemente l’arma principale del personal branding o ad esempio uno strumento di collegamento con un sito web. Un ponte tra il lettore e il business, insomma.

Al principio di un articolo, di un progetto editoriale a lungo termine o di un post su Facebook, c’è il contenuto. Conquistare il web è una bella impresa, ma se hai le competenze per trasformare i pensieri in contenuti fruibili per i milioni di utenti, sei sulla strada principale e armato bene.

Come si inserisce la linguistica in questo percorso?

Beh, si inserisce in maniera istintiva. Il progetto del mio blog, ad esempio, prevede l’integrazione di quest’ultima con ciò di cui mi occupo per lavoro. Nonché la divulgazione di concetti base e più approfonditi relativi alla pura linguistica teorica.

Ultimamente ho pubblicato un articolo che spiega cos’è la linguistica (sì, partire da questo mi sembra importante, visto che una buona parte delle persone non sa neanche cosa sia la linguistica). Nel percorso lavorativo in generale, invece, la mia formazione si palesa quotidianamente quando mi ritrovo ad avere a che fare con le parole (da scrivere, da leggere, da interpretare).

La sensibilità sviluppata grazie alla linguistica (e alla formazione umanistica) torna utile ogni volta che mi trovo a ragionare di SEO e di approcci semantici, di occorrenze e co-occorrenze, di query correlate e in tutte le pianificazioni delle strategie di advertising. Il copywriting, allo stesso modo, lo curo tenendo sempre presente le lezioni imparate dedicando la giusta attenzione a pragmatica, lessico, sintassi, etc.

I tuoi studi possono essere d’aiuto allo storytelling?

Quando si parla di storytelling e nell’ambito del discorso narrativo e della sua efficacia, credo che una base formativa simile alla mia possa tornare utile. Avere un certo feeling con i vari stili linguistici quando si vuole comunicare un pensiero che coinvolga contenuti ed emozioni può essere fondamentale.

Naturalmente ciò non basta. Lo storytelling si sviluppa in campi differenti proprio per il suo potenziale didattico. E di conseguenza richiede differenti sensibilità ed esperienze specializzate. Non tutti sanno raccontare una storia, non tutti possono raccontare la stessa storia. Inoltre, l’intento didattico con cui nacque lo storytelling è ormai diventato tendenzialmente un totale affidamento alla persuasione.

Trovo più interessante pensare allo storytelling in termini di content curation, di diffusione di un’informazione di qualità che si erge dalla massa per stimolare insieme all’interesse anche un’emozione o un ricordo senza forzature. Qualcosa che ti rimane in testa senza secondi fini. Intanto però ci ripensi…

Un altro campo che mi incuriosisce alquanto è quello del transmedia storytelling. Così come credo che le frontiere delle neuroscienze (e del neuromarketing) renderanno l’approccio alla comunicazione sempre più interessante da un punto di vista scientifico.

Ad ogni modo, per me, il continuo approfondimento di argomenti relativi al digital marketing (storytelling incluso) non fa altro che mostrare come le risorse e gli studi accumulati nella vita si rivelino sempre utili. Niente fa eccezione, compresi i libri letti per puro piacere.

Perché un’azienda dovrebbe puntare sul blog?

Una comunicazione approfondita che vada al di là della presenza abbozzata sui social network è il giusto punto di partenza per mostrare il buono che ha da offrire.

Naturalmente un’azienda che decida di investire sul blog si è affacciata sul web o che lo sta facendo e in maniera consapevole. In questo senso affidarsi ai professionisti del caso è l’unica chance.

Il blog è un’estensione del sito istituzionale. Una risorsa da non sottovalutare affatto. La pubblicazione di articoli, di contenuti dinamici, può arricchire il contenuto del sito e con le dovute pianificazioni del caso (calendario editoriale elastico, in primis) risultare fondamentale per intercettare le richieste e gli interessi dei potenziali clienti.

L’abbinamento di blogging e strategia social – che comprenda, quasi inevitabilmente, anche l’advertising – si configura come un’accoppiata che lavora con il fine di accompagnare l’utente per mano. Così è possibile aumentare la presenza online, intesa come la consapevolezza nell’utente dell’esistenza del marchio e dei suoi valori.

Nella mente di chi si avvicina così all’universo corporate si crea una mappa guidata che ha tenuto presente l’importanza di comunicare coerentemente a piccoli passi tutto ciò che è fondamentale per incontrare il target giusto. La persona di riferimento. In sintesi, un’azienda dovrebbe puntare sul blog per andare a prendere sul web quelli che sono suoi clienti, ma che ancora non lo sanno.

Un consiglio pratico che cambierà la vita del lettore

Sarò generoso e fornirò tre suggerimenti e un punto fermo. Prima, una buona premessa. L’esperienza lavorativa e la vita in generale mi hanno insegnato che il confronto con gli altri può essere edificante.

Chiunque sia il tuo interlocutore, ascoltalo. Potrai carpire dati importanti per migliorare te, il modo in cui le altre persone ti percepiscono e il modo migliore per arrivare agli altri e comunicare te stesso. Da questa riflessione scaturiscono tre punti importantissimi che sono i miei consigli pratici per i lettori:

  1. Se non piace a te non è detto che non funzioni: mettiti in gioco proprio quando non vorresti.
  2. Accontenta gli utenti finali: si dimentica facilmente per chi si producono contenuti.
  3. Presenza online e immagine di te: sei sicuro di trasmettere la percezione di te che credi di comunicare?

Sembra facile, ma affrontare e fare propri i concetti racchiusi in questi suggerimenti può rivelarsi una sfida difficile e importantissima. Con chi? Come al solito, con sé stessi e con le strutture e le sovrastrutture mentali che determinano le nostre scelte quotidiane. Già sembra meno immediato adesso, eh?

Ah, dimenticavo il punto fermo: due parole messe nell’ordine sbagliato comunicano un concetto sballato. In qualsiasi lingua tu comunichi, coesione e coerenza del discorso faranno sempre la differenza. Rileggi!

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

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