ICT Development Index: l’Italia perde posizioni

ICT Development Index: l’Italia perde posizioni
[Total: 0 Average: 0]

L’agenzia ITU, unione internazionale delle telecomunicazioni, ha pubblicato l’ultimo ICT Development Index. Ovvero l’elenco che mette a confronto lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) di 167 paesi. Nel PDF Measuring the Information Society si trovano i dati che sintetizzano le ricerche effettuate nel corso di un anno.

E il risultato per l’Italia è drammatico: siamo al 38esimo posto.

L’aspetto più grave è che questa posizione è frutto di un declassamento che si è sviluppato nel tempo. Cinque anni fa, nel 2010, l’Italia si trovava al 31esimo posto: sei posizioni di differenza che hanno lasciato spazio a economie del nostro continente (come la Bielorussia che passa dal 50esimo al 36esimo posto della classifica), ma anche di economie del vicino oriente. Come il Qatar che dalla posizione 37 passa alla 31, o gli Emirati Arabi Uniti che dalla posizione 49 salgono alla 32.

Chi si trova ai primi posti della classifica? Resta stabile la Korea, mentre la Danimarca fa un balzo in avanti e dalla quarta posizione conquista il secondo gradino del podio. Lasciando il posto al Regno Unito che rimonta dalla decima posizione, e scalzando la Svezia che scende al quinto scalino.

I risultati nel dettaglio

Su una scala mondiale l’Italia si posiziona la 38esimo post, su quella regionale punta al 24esimo. In Europa, quindi, è superata da Repubblica Ceca, Malta, Estonia e Slovenia. Dopo ci sono la Grecia, la Polonia, la Bulgaria e altri paesi dell’ex blocco sovietico. Tra i primi posti domina il Nord Europa con Danimarca, Islanda e Regno Unito.

ICT Development Index: l'Italia perde posizioni

ICT Development Index: l’Italia perde posizioni.

Dal grafico si possono notare i cambiamenti avuti nel corso degli anni che vanno dal 2010 al 2015. Cosa significa tutto questo per l’Italia? Occasioni che si perdono, economia che manca l’appuntamento con un possibile volano di sviluppo. Come suggerito anche in altri articoli, il digitale è un elemento decisivo per lo sviluppo economico. Francesco Caio – Amministratore Delegato di Post Italiane – si lascia andare a una dichiarazione ricca di significati:

“Il digitale è per i nostri anni come la siderurgia per la fine dell’800. Un motore di sviluppo. Ma ci si è chiesti dove si vuole puntare? Il sistema finanziario zoppica e la politica industriale non è granché. Ci si è chiesti sul come sostenere i centri universitari, sul come attirare i fondi, sulle regole per la fiscalità?”. 

Questo per dire che il digitale è una forza prorompente che può portare una ventata di freschezza all’economia di una nazione come l’Italia. Per far fruttare queste spinte dobbiamo essere disposti a mettere in discussione i modelli prestabiliti. Magari ad accettare il cambiamento dell’economia mondiale: nuove forme di lavoro si affacciano all’orizzonte, ma noi siamo pronti?

L’Italia è una nazione ricca di patrimoni storici e naturalistici, potrebbe diventare fulcro mediterraneo per trasformare il digitale in una leva per trasformare ogni aspetto. Dal turismo alla pubblica amministrazione. Questa graduatoria è solo il frutto di una serie di decisioni politiche, tipo il paradosso legato all’ultima legge di stabilità.

Politica e sviluppo digitale: un binomio infelice

Dobbiamo puntare sulle nuove tecnologie, sull’innovazione, sul digitale. Queste sono le frasi che ogni schieramento politico cerca di diffondere. Intanto la legge di stabilità definisce un taglio del 50% delle spese per ICT della Pubblica Amministrazione: un colpo diretto proprio sul tema più caro allo sviluppo del digitale in Italia.

Il punto di vista del premier: dobbiamo ridurre gli sprechi. Già spediamo meno rispetto agli altri paesi europei, ed è interessante notare la coincidenza tra il calo degli investimenti e la posizione dell’Italia nella classifica  ICT Development Index. Secondo Paolo Colli Franzone, presidente dell’Osservatorio Netics, infatti:

“La spesa digitale della pubblica amministrazione italiana cala da 6 – 7 anni ed è in picchiata dal 2013. Spendiamo la metà della Francia e un terzo della Germania” (fonte Wired).

Cosa ti suggerisce questo periodo di tempo? Prova a sovrapporlo con quello preso in esame dall’ITU: meno investimenti, classifica che cambia a nostro sfavore. Certo, correlation does not imply causation. La correlazione tra due elementi non si traduce in rapporto di causa – effetto. Ma è probabile che un settore arretri se non viene alimentato da investimenti adeguati. Soprattutto quando si parla di sviluppo digitale, una materia che si muove con una velocità incredibile.

ICT Development Index: l'Italia perde posizioni

Guarda questa tabella (fonte Wired): le spese per IT sono sempre inferiori. Nel 2010 la Pubblica Amministrazione italiana spendeva circa 8 milioni di euro, mentre quella britannica era sui 12 miliardi di sterline. Andiamo indietro nel tempo: nel 2009 la spesa per il digitale nella PA copriva l’1,6% mentre nel 2013 si è arrivati all’1,3%. Fino alla notizia odierna: taglio del 50% con la legge di stabilità.

Un treno che stiamo perdendo

Il digitale è cultura. Ma anche investimenti, anche infrastrutture, anche banda ultralarga. Un paese che non riesce a investire nel settore ICT perde una grande occasione per dare alla sua economia una marcia in più. Anzi, la marcia in più che stavamo aspettando. Questa è la nostra rivoluzione industriale e l’Italia, al netto delle eccellenze digitali che sicuramente abbiamo, sta perdendo una ricca occasione.

Sei d’accordo? Lascia la tua opinione nei commenti.

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

More Posts

Follow Me:
TwitterFacebookLinkedIn

Submit a Comment

Your email address will not be published. Required fields are marked *