I clienti hanno bisogno dello storytelling?

I clienti hanno bisogno dello storytelling?
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Sì. Inutile girare intorno a una delle realtà che caratterizzano l’universo del content marketing: le aziende che fanno brand storytelling stanno conquistando un’attenzione sempre maggiore nei confronti degli utenti. Anzi, nei confronti di potenziali clienti che hanno sempre meno tempo da dedicare alle pubblicità tradizionali. Le persone sono alla ricerca di brand capaci di creare una narrativa della propria azienda.

Cosa significa questo? Proporre un contenuto alternativo capace di diventare storia, intrattenimento, esperienza. Interrompere un lettore non ha senso: molto più redditizio e utile catturare l’attenzione del potenziale cliente con quello che l’immaginario collettivo identifica come contenuto di qualità.

Ovvero un contenuto capace di soddisfare un’esigenza specifica di un target definito. In questo scenario appare ovvio che non esiste un unico mezzo per proporre i tuoi contenuti di qualità, così come non esiste un’unica formula. I tutorial sono efficaci, gli articoli legati a un’opinione anche. Ma c’è un filone che oggi è particolarmente in voga: lo storytelling.

Di cosa stiamo parlando?

Storytelling non vuol dire semplicemente raccontare una storia, vuol dire interpretare un brand e fare in modo che sia il coinvolgimento emotivo a legare l’utente al prodotto o al servizio. Storytelling non è un modo come un altro per raccontare qualcosa che vuoi vendere: stai veicolando valori, idee, emozioni.

Non stai narrando il prodotto o le sue caratteristiche tecniche: stai spiegando come cambierà la vita quotidiana con gesti semplici, e cosa ti spinge a investire tutti i giorni come azienda in quest’avventura.

Esempio: Beep Boy della General Electric. Un bambino che comunica solo attraverso segnali elettrici che possono influenzare il mondo circostante, che può fare cose fantastiche. Ma che può anche essere umano e comunicare con le persone. Ti ricorda qualcosa? Semplice: il bambino è la General Electric, e questa storia vuole comunicare il bisogno dell’azienda di apparire umana, vicina alle esigenze di un pubblico comune.

Per approfondire: 6 video interattivi per raccontare il tuo brand.

Raccontare una buona storia è facile, ma…

…piegarla alle esigenze di un’azienda no. C’è bisogno di arte, di tecnica, di idee e di contenuti freschi. Una storia banale diventa noiosa in un attimo, ma forse è proprio per questo che i casi migliori riescono a raggiungere un successo inimmaginabile. In passato potevamo assistere a un successo incontrastato della pubblicità tradizionale, ma oggi il declino è chiaro.

Come suggerisce anche l’infografica di PlayNetwork, solo il 23% dei consumatori intervistati crede nella pubblicità televisiva (della serie, perché la fai?) e l’83% ignora il brand se viene veicolato da una pubblicità intrusiva. Tipo quelle che appaiono sui grandi portali che cercano di monetizzare con l’advertising: nella maggior parte dei casi il click è solo un tentativo di chiudere il banner andato male.

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A chiudere questa carrellata di numeri c’è il giudizio definitivo: i brand dovrebbero essere più genuini, dovrebbero parlare meno di vendite e dovrebbero comunicare attraverso un linguaggio diverso. Più umano. Tipo quello dello storytelling.

Per approfondire: 4 caratteristiche visual di una grande narrazione.

Le persone si fidano delle persone

Questa è una verità. Le persone non si fidano delle aziende, ma confidano nelle persone. In chi si fa vedere in faccia e parla con una voce amica. Questo è vero nel mondo del blogging, ma le aziende possono avere grandi benefici grazie allo storytelling. Ovvero grazie un linguaggio che le persone conoscono: amiamo raccontare e ascoltare storie, amiamo mettere al centro della narrazione le emozioni.

Dall’infografica troviamo nuovi dati interessanti: i potenziali clienti si rivelano gratificati quando l’azienda racconta dettagli della propria attività, della storia, ma anche dei valori che spingono all’azienda a prendersi cura dei propri clienti. Ma attenzione alla piattaforma: fare brand storytelling vuol dire anche studiare con cura le esigenze e le abitudini del pubblico.

Un contenuto capace di fare storytelling, infatti, insegue l’utente sui vari device: è perfetto per chi usa il computer fisso, ma soddisfa anche le esigenze di chi usa smartphone e tablet in ogni luogo – dall’autobus alla sala d’attesa del dottore. Guarda ancora un video della General Electric:

Come puoi trasportare su carta questo? Possibile? Certo, ma le soluzioni video riescono a trasferire un insieme di audio video perfetto per il trasporto emotivo. E con la continua diffusione degli smartphone è praticamente perfetto: facile da condividere e da fruire.

I numeri di questa infografica sono chiari: le persone seguono il linguaggio che già conoscono, sono diventate impermeabili nei confronti della pubblicità tradizionale – interruption marketing – e accolgono con piacere i contenuti che nascono sotto la buona stella dell’inbound marketing.

Diventare parte dell’esperienza

Perché questa è la soluzione: trasformare il proprio messaggio, con un obiettivo ben preciso, in qualcosa di emozionante, qualcosa capace di essere condiviso su Facebook con piacere. Condivideresti una pubblicità classica sulla tua bacheca? Probabilmente no, ma lo faresti con il video delle General Electric? Sì, perché è una storia con dei valori che riconosci e accetti.

Ecco, questa è la grande rivoluzione dello storytelling. Tu cosa ne pensi? Credi che in Italia ci siano buoni esempi? Ci sono aziende che sfruttano questo filone? Quali sono? Lascia i nomi nei commenti, aiutami ad approfondire questo argomento.

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

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