Digitalizzazione del settore turistico: a che punto siamo?

Digitalizzazione del settore turistico: a che punto siamo?
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Il turismo è uno dei settori più importanti per l’economia italiana. Ogni anno migliaia di turisti scelgono il Bel Paese per trascorrere le vacanze, e anche il turismo interno detiene una buona fetta di mercato.

Merito delle bellezze naturalistiche ma anche della storia e della cultura, delle tradizioni che ogni regione offre ai visitatori. La Toscana, la Campania, la Puglia, la Liguria, la Sardegna… c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Logico pensare che in Italia si faccia il possibile per implementare questo settore, giusto? Uno dei circuiti più vantaggiosi e redditizi per il paese merita la massima attenzione anche e soprattutto nel processo di digitalizzazione che dovrebbe impegnare ogni settore.

I ritardi del digitale

In realtà abbiamo già visto che l’Italia ha ancora dei ritardi considerevoli nel settore digitale, e che a volte non è semplicemente un problema di infrastrutture: viviamo ancora un gap culturale con gli altri paesi europei.

Però almeno nel settore turistico dovremmo essere all’avanguardia. Con le meraviglie che ci ritroviamo – Il Colosseo, Pompei, Il Vesuvio, la Culla del Rinascimento – dovrebbe essere un obbligo puntare sulla digitalizzazione del turismo italiano e migliorare i flussi economici in questo settore.

In realtà il Governo Renzi ha dato segnali positivi. Dario Franceschini, ministro dei beni culturali, ha riportato in vita il TdLab e a ottobre ha annunciato la consegna del piano necessario per mettere in pratica una strategia digitale. I presupposti sono interessanti ma, come suggerisce Il Fatto Quotidiano, manca la base per mettere in pratica le azioni.

Il problema fondamentale? Manca una politica unitaria che riassuma in un’unica voce le singole regioni. Le quali operano come se fossero in compartimenti stagni. D’altro canto il dato più evidente dei problemi che affliggono la digitalizzazione del settore turistico arriva dal collasso del sito Italia.it.

Ovvero un portale che doveva rappresentare la porta d’ingresso per i turisti. In realtà il direttore del portale, Arturo di Corinto, ha lasciato l’incarico per mancanza fondi proprio a ottobre. Arturo di Corinto è chiaro nella sua lettera di dimissioni:

Ritengo che sia stato un errore affidare il portale all’Enit – l’agenzia nazionale del turismo, attualmente commissariato – prima della sua riorganizzazione. Allo stesso modo Di Corinto ritiene inopportuno allestire una vetrina digitale così importante senza una copertura economica adeguata (fonte).

D’altro canto la fine del portale Italia.it non è un fulmine a ciel sereno. La storia è quella di un progetto che si trascina da dieci anni, e che da altrettanti anni ha rappresentato una spesa ciclopica: nel 2007 erano già stati spesi 45 milioni di euro. Il primo finanziamento è avvenuto nel marzo del 2004 e dopo tre anni il sito era offline. Nel 2008 arrivò a 58 milioni di euro per chiudere con la caduta del governo Prodi.

Con il quarto governo Berlusconi si riprese in mano il progetto stanziando altri 10 milioni di euro, e così fino all’attuale Governo Renzi. Ovvero il momento in cui Dario Franceschini ammette che in realtà – e dopo una spesa di 60 milioni di euro – il portale non serve: il nostro patrimonio turistico non ha bisogno di un sito web per farsi pubblicità (fonte).

Questa è la realtà dei fatti

Questo è lo stato in cui si ritrova la digitalizzazione delle risorse turistiche in Italia. E mentre i dati del politecnico di Milano confermano un mobile commerce del settore del turismo in continua crescita (si parla di una componente digitale capace di passare dal 16% del 2013 al 18% del 2014) la digitalizzazione del turismo rimane indietro. Costantemente indietro. Ti sembra una scelta logica?

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

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