Crescono gli investimenti del settore Native Advertising

Crescono gli investimenti del settore Native Advertising
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Sai qual è la grande rivoluzione del nostro tempo?

La graduale caduta dell’interruption marketing, di quelle strategie che tendono a – come suggerisce il nome stesso – interrompere la fruizione dei contenuti. C’è sempre meno spazio per chi investe solo in un’attività di banner, e c’è più margine di guadagno per chi punta sul native advertising.

Di cosa sto parlando? Native advertising è una formula per trasformare la pubblicità in contenuto utile. Proprio come suggerisce la logica inbound marketing: l’azienda non deve puntare su una pubblicità che interrompe il flusso, la fruizione del contenuto, ma deve firmare i contenuti che i potenziali clienti cercano.

Tutto questo funziona grazie a una buona attività di content marketing, un’attività pianificata e definita anche attraverso investimenti degni di questo nome. Le persone cercano contenuti di qualità, e tu devi trovare la soluzione giusta per soddisfare queste esigenze.

Ma devi guardare oltre: contenuto non è sinonimo di articolo sul blog.

C’è tanto contenuto che ti aspetta

Certo, il blog è uno degli strumenti cardine del content marketing. Ma c’è altro da valutare. Hai una tool box a disposizione: infografiche, video, pillar article, ebook, webinar, storytelling, applicazioni.

Esatto, anche le applicazioni fanno parte dei contenuti. Soprattutto quando le usi per creare un rapporto stabile tra la tua azienda e il potenziale acquirente.

Esempio: iPasta di Barilla, un’applicazione per creare le ricette in base a esigenze, ingredienti, tempi di cottura. Non serve a vendere in modo diretto, ma a creare un legame con il potenziale cliente. Che avrà ogni giorno l’applicazione sul telefonino, e la consulterà ogni volta che deve preparare un piatto di pasta.

C’è anche il native advertising

Certo, anche questo  contenuto. Il native advertising si basa su un punto essenziale: dare contenuti di qualità al lettore. E questa qualità si declina in diverse forme: il testo, il design , il visual. Dai uno sguardo ai contenuti creati da Netflix: sono spettacolari, vero?

Ma anche la fedeltà del contenuto con il progetto editoriale e la possibilità di riconoscere la natura sponsorizzata.

Native advertising non vuol dire pubblicare comunicati stampa, non è sinonimo di articolo a pagamento mascherato come indipendente. Il pubblico coglie questi dettagli e sta iniziando a rispondere nel modo giusto.

I contenuti hanno dimostrato la loro efficacia, indicando un click through rate superiore a quello dei banner tradizionali, in particolar modo sui dispositivi mobili.

Investimenti e spese

Non a  caso il Native Advertising è la chiave della strategia di un colosso come il New York Times. Le parole di Michael Zimbalist, senior vice president for advertising products, sono chiare: “Advertising is supposed to be useful. Advertising is here to generate demand.”

In questo modo il New York Times è riuscito a vendere spazi Native Advertising per 18 milioni di dollari. Solo nel 2014, eh. La pubblicità deve essere utile: questo è il futuro. Ecco perché i marketer americani stanno investendo con forza in questo settore. I dati raccolti da Business Insider sono chiari.

I risultati del Native Advertising arrivano con gli investimenti

Guarda come sono cambiati gli investimenti nel settore del native advertising. E guarda come crescono. Il settore è sempre in crescita, aumentano gli investimenti e aumentano i risultati per le aziende.

Gli unici che non rientrano in questo circolo virtuoso? Chi non coglie l’essenza del Native Advertising e continua a vedere quest’attività come un surrogato del vecchio comunicato stampa, dell’article marketing o del pubbliredazionale.

Questo non è native advertising

Ma è un vecchio modo di intendere i contenuti. Dove magari tutto ruota intorno all’acquisizione di nuovi link. Native advertising non è questo, non mira alla link building ma al posizionamento di un brand per determinati valori. E alla fidelizzazione dei potenziali clienti grazie a contenuti facili da condividere.

E tu cosa pensi? Credi ancora che sia utile investire solo in banner? C’è spazio nella tua strategia per il native advertising? Hai già provato questa strategia? Lascia la tua opinione nei commenti.

Riccardo Esposito

Riccardo Esposito, blogger per MediaBuzz. Si occupa di scrittura online dal 2008: ha iniziato in agenzia e ora passa 14 ore al giorno davanti al monitor del suo iMac. Il suo blog personale: My Social Web

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