Breve storia della Native Advertising

L’argomento native advertising, quel tipo di pubblicità che si integra con i contenuti del sito che la ospita, si basa su un concetto è semplice: proporre un messaggio omogeneo con linea editoriale, grafica e stile della piattaforma.

La pubblicità non è più un elemento di rottura. Ovviamente ci sono delle regole da rispettare per integrare la native advertising con il tuo brand perché ci allontaniamo dal classico pubbliredazionale o dai comunicati stampa.

Fare native advertising vuol dire dichiarare l’inserzionista e la natura del contenuto, e proporre contenuti realmente utili. Ma sai come nasce questa forma di pubblicità?

Non è legata a internet, questa strategia era già presente nei primi anni del XX secolo: ecco una breve storia della native advertising che ho scoperto sulle pagine di contently.com.

1900/1910 – Contenuti e contesto

Già in questi anni la pubblicità si coordinava con la copertura mediatica. In questo modo i brand potevano inserirsi all’interno delle notizie, ed è nella prima decade del XIX secolo che troviamo i primi pubbliredazionali.

I brand pubblicavano annunci con lunghi testi in giornali e riviste, raccontando la storia della propria azienda all’interno di un una cornice editoriale.

Un esempio: Theodore MacManus della Cadillac scrisse The Penalty of Leadership, un testo che spiegava perché le aziende con un ottimo standard di eccellenza diventano obiettivi degli invidiosi, e lo pubblicò come annuncio pubblicitario in un giornale dell’epoca.

1920/1930 – Radio, sponsored story e brand

In questo periodo storico si è diffusa la radio come strumento dell’advertising. Una nuova forma di pubblicità si stava imponendo: le narrazioni entrano nelle case delle persone senza copy e illustrazioni.

La free-form radio non poteva sostenersi, e l’American Newspaper Publishers Association ha dichiarato nel 1933 che i programmi radiofonici potevano essere pubblicati grazie alle entrate degli spot.

La General Mills, ad esempio, ha sponsorizzato trasmissioni di baseball e serials come Jack Armstrong, the All-American Boy.

1940/1970 – TV e soap opera

Contenuti audio e immagini in movimento si fondono con la televisione:  i brand iniziano a produrre programmi televisivi regolarmente per pubblicizzare i loro prodotti ad un pubblico mirato.

P&G ha utilizzato la radio e la televisione per commercializzare sapone attraverso serie drammatiche, da qui il termine “soap opera”. Bulova, Sun Oil, Lever Brothers e P&G sono stati i primi sponsor delle trasmissioni televisive commerciali.

Dopo il volo spaziale orbitante del 1962 la Tv è diventato un mezzo di comunicazione di massa, e con il passare degli anni, sono stati prodotti slot commerciali più brevi per promuovere i brand durante le trasmissioni.

1980 – Infomercials

La TV diversifica l’offerta e propone pubbliredazionali TV di 30 minuti, i cosiddetti paid programming ads trassmessi nel non-prime time come per i prodotti soloflex e Vita Alert.

1990 – 2000 – Search ads

Arriva internet e gli annunci dei motori di ricerca, parenti lontani del digital native advertising, lanciano la prima generazione di un impero tecnologico che possiamo vedere ancora oggi.

Motori di ricerca come AOL, Google, MSN (ora Bing) e Yahoo! danno la possibilità di promuovere siti web nelle serp, sfruttando il consumatore nei risultati su scala di massa. Questo ha permesso aziende come Google per diffondere il loro potere.

2010 – Contenuti sponsorizzati

Una nuova ondata di società come Mashable e Buzzfeed in buona parte evita il display advertising a favore dei contenuti sponsorizzati che aiutano i partner a incontrare le esigenze del pubblico.

Fonti di notizie tradizionali come The New York Times, The Wall Street Journal e Forbes raccolgono la sfida dei contenuti sponsorizzati nel corso della pianificazione redazionale dei contenuti, nella social media strategy.

Ecco, questo è una breve storia della native advertising. Secondo te quale sarà l’evoluzione di questo campo? Lascio a  te la parola: nei commenti c’è spazio per la tua idea.

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