Il mondo raccontato: intervista ad Alessio Sartore

Il mondo raccontato: intervista ad Alessio Sartore

Alessio Sartore

Alessio Sartore, insegna Storytelling all'Università Cattolica a Milano. È consulente per GSO Company, azienda di consulenza di direzione. Scrive di imprese e innovazione per Corriere.it e Wired.it. Ha fondato Uncò Mag, un magazine online di interviste a persone che si sono inventate un lavoro. Ha un dottorato in Comunicazione aziendale. Suona con Michele Cecchin e su Spotify trovate il loro nuovo EP, Suddenly I Don't Weigh a Thing, in collaborazione con Veronica Marchi.

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StorytellingCosa significa fare Storytelling? Quante volte ho parlato di storytelling in questo blog? Quante volte ho raccolto le informazioni e i contributi delle persone legate a questo mondo? Andrea Fontana, ad esempio, ha lasciato un’ottima intervista su MediaBuzz, e ho ripreso il suo nome anche quando ho elencato i principi essenziali del corporate storytelling.

Perché tutta quest’attenzione? La risposta è semplice: le persone assimilano concetti, valori e contenuti grazie alla narrazione. Ovvero un codice che abbiamo sempre utilizzato, fin dall’antichità. Gli uomini comunicano attraverso le storie, veicolano significati culturalmente condivisi e indispensabili per tramandare il sapere.

Raccontare una bella storia e fare storytelling, però, sono due lavori differenti. Troppo spesso accomunati con risultati non proprio eclatanti. Ecco perché non puoi fare altrimenti: per lavorare bene devi affidarti a professionisti che conoscono la materia. Proprio come Alessio Sartore.

Chi sei e di cosa ti occupi?

Mi chiamo Alessio Sartore, tengo un corso di storytelling all’Università Cattolica di Milano e lavoro come consulente per GSO Company, un’azienda di consulenza di direzione per grandi imprese. Sono sempre stato affascinato dalle narrazioni, dalla loro potenza e dalla loro capacità di far vivere esperienze.

Credo che utilizzarle all’interno della comunicazione aziendale sia utile sia per l’azienda sia per il cliente: entrambi possono far partire un processo di costruzione del significato e in questo modo capirsi, avvicinarsi, interagire.

Racconta ai lettori come hai iniziato

Ho lavorato in azienda per 3 anni e da 6 anni sono freelance. 3 anni fa ho dato vita ad un sito, dove raccolgo interviste a persone che si sono inventate un lavoro all’interno delle industrie creative in Italia. Siamo arrivati ora a quasi 600 storie originali raccontate. Il sito si chiama uncomag.com.

Questo mi ha permesso di conoscere moltissime storie e di incontrare un sacco di persone che trasformano la creatività in un business. Da 3 anni collaboro con Corriere.it, raccontando storie di imprese e di innovazione e da un annetto anche con Wired.

Meglio lavorare come freelance o in azienda?

Non credo sia possibile rispondere perché dipende dal tipo di persona che si è. Personalmente preferisco il lavoro da freelance perché penso sia più semplice ricevere input di diversa natura. In azienda capita di lavorare in un ambiente e con persone che alla fine diventano la tua famiglia nel bene e nel male. Bene perché dà una certa sicurezza, male perché è un cerchio ristretto. O almeno, più ristretto di quello in cui vive un freelance.

Parlami del progetto Uncò Mag

Uncò Mag è partito per gioco 3 anni fa. Sentivo storie di amici che si inventavano un lavoro perché disoccupati o licenziati e notavo la potenza che avevano questo tipo di storie. Allora ho pensato: perché non aprire un sito semplice in WordPress e raccontare queste storie? Un investimento minimo ma un risultato interessante. Ogni intervista è retribuita, il magazine è iscritto in tribunale come testata giornalistica, ci scrivono ora una dozzina di redattori.

Tutto è virtuale ma cerchiamo di far incontrare intervistati con lettori. E funziona. Ci arrivano molte mail di richiesta e questo penso sia l’obiettivo di un progetto no profit che non vuole vendere nulla ma solo raccontare un certo tipo di lavoro presente oggi in Italia.

E mostrare che nonostante, oppure a causa, della disoccupazione e la mancanza di lavoro nel nostro Paese, ci sono molte persone che ci provano e ce la fanno. Basta un’idea, un buon racconto per acquisire risorse economiche, un buon team e saper gestire il caos che ne deriverà.

Tutti parlano di storytelling: cosa è esattamente?

Lo storytelling è un istinto. Di libri, corsi, chiacchiere e magiche tecniche è pieno il mondo, ma dimentichiamo spesso che la narrazione per noi esseri umani è un istinto. Ne abbiamo bisogno perché è il modo che abbiamo per rendere la realtà un luogo vivibile.

Attraverso la narrazione noi prendiamo singole unità narrative e le leghiamo con un filo di senso per costruire un significato. Vero o veritiero che sia, è pur sempre un significato, è causale, è calmo, è vivibile. Senza storytelling non potremmo accedere alla realtà se non in maniera completamente schizofrenica e caotica.

Come reagiscono le aziende quando proponi lo storytelling?

Non propongo direttamente ma attraverso l’azienda per cui lavoro. Comunque sono le aziende a chiederlo perché hanno capito quanto sia importante, oppure vedono dei benchmark di narrazione ben fatti e che li hanno emozionati. Oggi per le aziende è diventato necessario saper gestire i propri racconti. Gli obiettivi sono la creazione di un significato condiviso, la possibilità di coinvolgere gli stakeholder, la prossimità.

Meglio raccontare attraverso video, immagini o testo?

Anche qui non è possibile dare una risposta definitiva. Dipende dal mezzo che si utilizza, dalle risorse di cui si dispone, dal target di riferimento e soprattutto dal contenuto del messaggio che si sta veicolando. Forse la risposta migliore è: tutti. La strategia ideale è quella che incrocia i canali in modo da non essere mai ridondanti: ogni strumento (video, immagini, testo, etc.) integra l’altro. O meglio, reinterpreta il significato in modo da tendere alla completezza della costruzione del senso.

Perché un’azienda dovrebbe investire nello storytelling?

Per poter dare prima di tutto un senso alla propria storia. Dopo aver costruito la propria identità attraverso la narrazione sarà più semplice veicolare i contenuti verso i clienti o gli stakeholder in generale. Il processo di storytelling aiuta a costruire narrazioni solide, che non hanno paura di contronarrazioni; sono storie che arrivano dal mercato, non definite come lo sono le storie letterarie, ma storie vive, organiche, in continua trasformazione e reinterpretazione.

Un consiglio che cambierà la vita del lettore…

Uh, domanda difficile! La prima cosa che mi viene in mente è… imparare a suonare uno strumento musicale e scoprire quante storie si celano dietro ad ogni nota, ogni accordo, ogni armonia. E viaggiare senza pianificare niente e stupirsi delle sincronicità. Se non si ha la possibilità di viaggiare, leggere “Jazz” di Antonio Polillo con Spotify al fianco, una lettura multimediale delle storie raccontate e delle note suonate. Quella del jazz, dagli schiavi africani che cantavano Cries nei campi di cotone fino alle follie del be-bop, è una storia fantastica.

Danilo Polidori

Danilo Polidori, Online Media Manager e fondatore di MediaBuzz, inizia la sua giornata alle 6:00 am con una corsa di 50 minuti a Battersea Park durante la quale raccoglie idee ed energie per affrontare con positività la giornata. Crede con fermezza che lo sviluppo tecnologico e dell’economia digitale rappresenti l’occasione per internazionalizzare le eccellenze produttive del nostro paese e tornare grandi.

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